Il tetto c’è. Solo che si alza. Basta guardare il tabellone nella foto: sotto il cane a sei zampe, il diesel segna 2,250 euro al litro. Altro che prezzo fermo a 2,19. Sei centesimi in più. Tre euro su un pieno da cinquanta litri. Gli annunci restano quelli. Il conto, invece, cambia.
Dal 6 ottobre il gasolio torna a salire. È scaduta la riduzione delle accise che valeva, considerando l’Iva, circa sei centesimi al litro. E il prezzo Eni passa da 2,19 a 2,25 euro. La benzina resta a 1,99.
Eni aveva annunciato un tetto per trenta giorni a partire dal 28 settembre, legandolo espressamente all’agevolazione fiscale in vigore. Una condizione che oggi presenta il conto. Il limite resta, spiega la compagnia. Ma per chi deve fare rifornimento è una consolazione piuttosto singolare: il prezzo massimo esiste, purché possa aumentare.
La farsa è tutta nella distanza tra la celebrazione del provvedimento e ciò che compare alla pompa. Il governo incassa gli applausi per il carburante calmierato. Poi termina lo sconto fiscale e gli automobilisti pagano di più. Una mano sventola il risparmio. L’altra lascia che svanisca.
E chi ha accompagnato l’operazione con dichiarazioni trionfali, anche tra i rappresentanti delle associazioni di categoria, dovrebbe spiegare quanto fosse concreto quel sollievo. Famiglie e imprese fanno i conti con i litri acquistati, non con i comunicati.
Trenta giorni di tetto annunciato. Poco più di una settimana per ritrovarsi un prezzo diverso sul tabellone. La clausola c’era. Il problema è aver venduto come una certezza ciò che dipendeva da uno sconto in scadenza.
Alla fine, lo “scarica barile” funziona sempre. Purché a riempirlo, e a pagarlo, siano gli automobilisti.


















