Ma il vero problema della nuova legge elettorale sono le preferenze? O le aree interne? Perché destra e sinistra continuano a battibeccare su capilista bloccati, preferenze sì, preferenze no, quando il vero focus potrebbe essere altrove? Lontano da Roma, lontano dalle segreterie nazionali e molto più vicino a quei territori che, con il nuovo sistema, rischiano di diventare sempre più piccoli. Politicamente, prima ancora che geograficamente.
Benevento e Avellino sono due esempi perfetti. Due province interne della Campania che potrebbero pagare un prezzo altissimo nella nuova geografia elettorale. Perché se la riforma attualmente all’esame del Senato dovesse arrivare al traguardo mantenendo la sua impostazione, a cambiare non sarebbe soltanto il modo in cui scegliamo i parlamentari. Cambierebbe anche il rapporto tra parlamentare e territorio.
Partiamo dall’inizio. La nuova legge supera il Rosatellum e cancella, salvo alcune eccezioni previste per territori a statuto particolare, i collegi uninominali. Niente più sfida secca tra un candidato del centrodestra, uno del centrosinistra, uno del centro e gli altri concorrenti in un territorio delimitato. Il sistema diventerebbe prevalentemente proporzionale e l’elezione avverrebbe attraverso collegi plurinominali. Ed è proprio qui che per le aree interne dovrebbe accendersi il primo campanello d’allarme.
Con l’uninominale, nel bene e nel male, esisteva un rapporto territoriale immediatamente riconoscibile. C’era un collegio e c’era un parlamentare eletto in quel collegio. Benevento, per esempio, poteva rivendicare una propria centralità nella costruzione delle candidature. Non significava necessariamente eleggere un sannita, né garantiva che il parlamentare eletto rappresentasse davvero ogni istanza del territorio. Ma obbligava i partiti a fare i conti con quel territorio. Con il nuovo sistema questa protezione scompare.
E attenzione: non sappiamo ancora quale sarà la mappa definitiva. Il Senato ha infatti approvato una delega al Governo per ridisegnare i collegi plurinominali entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge. I criteri sono già indicati: ciascun collegio dovrà eleggere, di norma, da due a sei parlamentari, dovrà rispettare determinati parametri demografici e dovrà tenere conto della continuità territoriale, delle unità amministrative e, per quanto possibile, dell’omogeneità economica, sociale, storica e culturale.
È proprio questa futura mappa che Benevento e Avellino dovrebbero guardare con enorme attenzione. Per capire il rischio basta osservare la geografia elettorale dalla quale partiamo. Nell’attuale assetto dei plurinominali della Camera, Benevento gravita insieme a Caserta, mentre Avellino condivide il proprio spazio elettorale con una parte molto consistente del Salernitano. Se una configurazione simile venisse confermata dal nuovo disegno dei collegi, il problema sarebbe evidente: due province interne e demograficamente più piccole si troverebbero a competere all’interno di bacini dominati numericamente da territori molto più popolosi.
E qui arriviamo alle tanto discusse preferenze. Il testo uscito dalla Camera non le prevedeva. Al Senato la maggioranza ha invece modificato il sistema introducendo la possibilità per l’elettore di scegliere candidati della lista, mantenendo però la figura del capolista in una posizione diversa rispetto agli altri candidati. È su questo che negli ultimi giorni si è concentrato gran parte dello scontro politico.
Ma proviamo a spostare per un momento la lente. Immaginiamo un collegio plurinominale nel quale Benevento venga inserita insieme a una provincia molto più popolosa. Immaginiamo che un partito presenti una lista con un capolista e altri candidati chiamati a contendersi le preferenze. E immaginiamo che quel partito riesca a conquistare due seggi.
Il primo grande tema diventa: da dove arriva il capolista? Se la posizione più protetta viene assegnata a un candidato proveniente dal territorio numericamente più forte, per Benevento la strada si restringe immediatamente. Per ottenere un altro eletto, il candidato sannita dovrebbe riuscire a conquistare attraverso le preferenze una forza sufficiente a competere con candidati che possono pescare voti in bacini demograficamente molto più grandi.
Facciamo un esempio puramente teorico. Lista X. Collegio formato da Benevento e da un’altra provincia molto più popolosa, Caserta. Il partito elegge due deputati. Il capolista è espressione della provincia più grande. Per il secondo posto si confrontano i candidati attraverso le preferenze. Il candidato beneventano parte inevitabilmente da un bacino potenziale più piccolo. Può vincere? Certamente. Una candidatura forte, radicata e organizzata può raccogliere consenso anche fuori dalla propria provincia. Ma la domanda politica è un’altra: parte dalle stesse condizioni?
Lo stesso ragionamento vale per Avellino. Se l’Irpinia dovesse essere inserita in un collegio insieme a una parte consistente della provincia di Salerno, il peso demografico dei due territori sarebbe profondamente differente. E allora la battaglia non sarebbe semplicemente tra candidati dello stesso partito. Sarebbe anche una competizione tra territori che partono con serbatoi elettorali diversi.
È questo il paradosso delle preferenze applicate a collegi molto grandi. Da una parte restituiscono all’elettore una possibilità di scelta che le liste completamente bloccate gli negano. Dall’altra possono trasformarsi in una corsa nella quale i territori più popolosi dispongono naturalmente di una platea più ampia.
Poi c’è il secondo livello della riforma: il premio di governabilità. Il sistema resta proporzionale, ma prevede un premio per la lista o la coalizione che risulti la più votata a livello nazionale e raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi sia alla Camera sia al Senato. Nel disegno originario approvato dalla Camera il premio era costruito su 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, attraverso specifiche liste predisposte per l’eventuale attribuzione del premio. Il testo è stato però modificato durante l’esame del Senato e, fino all’approvazione definitiva, numeri e meccanismi vanno letti tenendo conto degli emendamenti approvati.
Il principio politico, tuttavia, resta chiarissimo: accanto alla competizione proporzionale esiste un meccanismo destinato a rafforzare la coalizione vincente. Ed è qui che il peso delle segreterie torna ad essere determinante.
Per un territorio come il Sannio o l’Irpinia non basterà più chiedersi quanti voti prenderà un partito. Bisognerà chiedersi chi saranno i capilista, come saranno costruiti i collegi, quali candidature verranno considerate strategiche e quale spazio le leadership nazionali e regionali decideranno di concedere alle province interne. Perché una legge elettorale non determina soltanto chi vince. Determina anche chi ha maggiori possibilità di essere rappresentato.
Benevento conta poco più di 250mila abitanti. Avellino poco più di 390mila. Napoli supera abbondantemente i 2,9 milioni, Salerno il milione, Caserta si avvicina ai 900mila. Sono ordini di grandezza differenti. Ed è inevitabile che, quando si costruiscono collegi plurinominali sulla popolazione, questa differenza finisca per pesare.
Il problema, dunque, non è rivendicare un parlamentare per ogni campanile. La rappresentanza parlamentare non può trasformarsi in una spartizione notarile tra province. Il punto è capire se il nuovo sistema riesca a garantire che territori meno popolosi, già alle prese con spopolamento, denatalità, infrastrutture insufficienti e progressivo arretramento dei servizi, conservino una voce riconoscibile dentro Camera e Senato.
Meno abitanti significa meno peso demografico. Meno peso demografico significa minore forza nei grandi collegi. Minore forza elettorale può significare meno rappresentanza politica. E meno rappresentanza politica significa avere ancora meno capacità di incidere sulle decisioni che potrebbero contrastare proprio lo spopolamento di quei territori.
Un cane che si morde la coda. C’è poi un altro elemento da non sottovalutare. Il Parlamento è già passato da 945 a 600 componenti elettivi: 400 deputati e 200 senatori. La riduzione ha inevitabilmente allargato il rapporto numerico tra cittadini ed eletti e ha reso più difficile garantire una rappresentanza capillare di tutti i territori. Eliminare adesso gli uninominali significa togliere anche quel vincolo geografico che, pur con tutti i suoi limiti, costringeva le coalizioni a confrontarsi con aree precise del Paese.
È un tema che è emerso anche durante il dibattito parlamentare. Nel confronto in Commissione al Senato è stato osservato che la riduzione del numero dei parlamentari ha già indebolito la rappresentanza territoriale e che la cancellazione degli uninominali rischia di accentuare ulteriormente questa distanza. Ed eccoci al punto di partenza.
Le preferenze sono importanti. È giusto discutere se debba scegliere l’elettore o se debbano scegliere i partiti. È giusto discutere dei capilista bloccati, delle pluricandidature e del peso delle segreterie. Ma forse destra e sinistra stanno litigando sulla domanda sbagliata.
Per Benevento e Avellino la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Potremo scegliere il nostro candidato?”. Dovrebbe essere: “Avremo ancora un candidato in grado di essere eletto?”.
Si può concedere all’elettore anche la più ampia libertà di preferenza possibile. Ma se quella preferenza viene espressa dentro un collegio enorme, nel quale una piccola provincia compete con territori tre o quattro volte più popolosi, il rischio è che la libertà di scegliere rimanga intatta sulla scheda mentre diminuisce la capacità del territorio di essere rappresentato a Roma.
La nuova legge elettorale non è ancora definitiva. E soprattutto non lo è la nuova geografia dei collegi. Proprio per questo il momento per porre il problema è adesso, non quando le liste saranno già depositate. L’Italia non è fatta soltanto di numeri e abitanti. È fatta di territori. Se la politica delle aree interne non aprirà questa discussione adesso, potrebbe scoprirlo alle prossime elezioni. Quando, davanti ai risultati, sarà ormai troppo tardi.


















