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Quattromila euro. Era cominciata così. Una busta, del denaro contante e un arresto in flagranza. Sembrava una storia circoscritta. O almeno così qualcuno l’aveva provata a raccontare. Sei mesi dopo, sfogliando le carte dell’inchiesta, quella busta rischia di apparire soltanto come la prima pagina di un libro molto più voluminoso.

Nella ricostruzione della Procura di Benevento i soldi avrebbero avuto quasi un tariffario. Cinque per cento sugli appalti. Percentuali sugli incarichi professionali. Migliaia di euro per alcune assunzioni. Denaro per velocizzare pratiche. Somme promesse in cambio di incarichi. E poi cooperative, progettazioni, opere pubbliche, dissesto idrogeologico e persino 50mila euro che, secondo l’accusa, sarebbero stati destinati alle per finanziare le spese elettorali di Noi di Centro.

È questo il particolare che emerge dalle carte e che restituisce la dimensione dell’indagine meglio di qualsiasi elenco di nomi. La Procura mette nero su bianco una lunga sequenza di episodi. Sono accuse ancora tutte da provare, ma la quantità e soprattutto l’eterogeneità delle vicende contestate disegnano l’ipotesi investigativa di un sistema capace di muoversi su più piani della macchina pubblica.

Si parte dalle pratiche edilizie. Secondo l’accusa, nove procedimenti sarebbero rimasti impantanati tra omissioni, ritardi e richieste di integrazioni. Per sbloccarli sarebbe stata avanzata una richiesta complessiva di 80mila euro. Le carte ricostruiscono poi quattro consegne: 3mila, 2mila, 2mila e altri 3mila euro. Diecimila euro complessivi. Una parte del denaro, sempre secondo l’impostazione accusatoria, sarebbe stata successivamente girata a una funzionaria.

Poi ci sono gli appalti. Per i lavori relativi all’ex scuola San Modesto di Benevento, del valore di oltre 3,6 milioni di euro, la Procura ipotizza una richiesta pari al 5 per cento dell’appalto: 181.791 euro. Il presunto accordo prevedeva una divisione a metà. Le carte riportano quattro versamenti per complessivi 80mila euro, dei quali 40mila sarebbero finiti al dirigente e altri 20mila sarebbero poi stati trasferiti a un’altra persona.

Il cinque per cento compare nuovamente in un’altra vicenda. Questa volta si parla di lavori per complessivi 2,1 milioni di euro e di una somma quantificata dagli inquirenti in 105mila euro. Tre versamenti da 10mila euro ciascuno sarebbero stati effettivamente effettuati.

Ma il denaro, nell’ipotesi della Procura, non avrebbe riguardato soltanto cemento e appalti. C’è il capitolo delle assunzioni. Per una assunzione attraverso lo scorrimento della graduatoria di un concorso per vigili urbani viene contestata una consegna di 20mila euro. Per un’altra assunzione, quella di un istruttore amministrativo, le carte indicano 30mila euro, suddivisi in tre tranche: 15mila, 7.500 e altri 7.500 euro.

Ancora: per l’assunzione di un’assistente sociale vengono indicati 30mila euro, consegnati in tre tranche da 10mila. In un altro episodio la promessa sarebbe stata addirittura di 45mila euro, dei quali, secondo gli inquirenti, ne sarebbero stati effettivamente versati 25mila.

Non solo posti di lavoro. Anche gli incarichi professionali avrebbero avuto un prezzo. Per due incarichi di verificatore, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbero stati promessi rispettivamente 40mila e 27.282 euro. In quest’ultimo caso le carte riportano tre versamenti: 10mila, 3.800 e 14mila euro.

Poi c’è il mondo delle cooperative e dei servizi sociali. Una cooperativa beneficiaria di un finanziamento superiore a 1,1 milioni di euro avrebbe promesso una somma quantificata in 114.856 euro. Il concetto utilizzato nelle carte è tanto semplice quanto significativo: garantire i “buoni uffici” con il Comune. Tradotto nell’ipotesi accusatoria: maggiore facilità negli inviti alle procedure, affidamenti, co-progettazioni, pagamenti più rapidi e possibili anticipazioni di cassa.

In un’altra vicenda, relativa alla fornitura di apparecchiature di domotica per un progetto dedicato agli anziani, la somma promessa sarebbe stata di 50mila euro. Diecimila sarebbero stati poi consegnati attraverso un meccanismo che gli investigatori collegano a una fattura ritenuta falsa.

E il perimetro geografico si allarga. Non più soltanto Palazzo Mosti. Le carte arrivano alle progettazioni per il risanamento del dissesto idrogeologico in diversi comuni della provincia e nell’area del Taburno. Qui il meccanismo ipotizzato sarebbe stato quasi matematico: dal valore dell’incarico si sarebbe sottratto un 20 per cento per le spese, mentre la somma restante sarebbe stata spartita tra progettisti e presunti facilitatori.

Per un incarico da 400mila euro, tolti 80mila euro di spese, ne sarebbero rimasti 320mila: 80mila euro a testa per quattro persone. Per un altro incarico da 256mila euro, la quota ipotizzata sarebbe stata di 51.200 euro a testa. Poi 62mila euro di progettazione per un altro intervento, con una divisione prospettata da 12.400 euro ciascuno. E ancora un incarico da 200mila euro: tolto il 20 per cento, 40mila euro a testa.

Infine un’altra progettazione da 250mila euro. Duecentomila da dividere dopo le spese, con 40mila euro che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero spettati a ciascuno dei due soggetti indicati come facilitatori.

Ed è forse proprio questa ripetitività il dato più interessante delle carte. Non il singolo episodio. La presunta serialità. Cambia l’oggetto: una pratica edilizia, un concorso, un appalto, una cooperativa, un incarico professionale. Cambiano le cifre. Cambiano gli interlocutori. Ma nell’impianto accusatorio ritorna continuamente lo stesso elemento: il denaro come contropartita dell’intervento sulla macchina amministrativa.

Fino alla politica. Tra le contestazioni compare infatti anche un episodio relativo a 50mila euro in contanti che un imprenditore avrebbe consegnato, senza iscrizione in bilancio, per finanziare le spese elettorali di Noi di Centro nell’agosto del 2024. È uno dei passaggi che porta nell’inchiesta anche l’ipotesi di finanziamento illecito ai partiti.

E poi c’è un ultimo particolare. Forse quello destinato a pesare maggiormente nei prossimi mesi. Dopo l’arresto, l’ex dirigente ha affrontato numerosi interrogatori tra maggio e luglio. Secondo la Procura avrebbe compiuto una “complessa e compiuta ricostruzione” delle proprie attività illecite, con dichiarazioni non soltanto autoaccusatorie ma anche rivolte alle responsabilità di altri. Gli investigatori sostengono che quelle dichiarazioni abbiano trovato elementi di riscontro nei file recuperati dai dispositivi sequestrati, nelle chat del telefono e nelle testimonianze raccolte.

È per questo che la Procura ha chiesto l’incidente probatorio: portare quelle dichiarazioni davanti al giudice e sottoporle al contraddittorio delle difese. L’inchiesta, dunque, non racconta più soltanto la storia di una busta da quattromila euro. Racconta l’ipotesi, ancora tutta da dimostrare, di un mercato parallelo della pubblica amministrazione, nel quale secondo l’accusa quasi ogni cosa avrebbe potuto avere un prezzo: una pratica da sbloccare, un posto di lavoro, un incarico, un appalto, un pagamento da accelerare.

E persino la politica. A marzo i Carabinieri trovarono nell’abitazione del dirigente 157.400 euro in contanti, oltre a orologi di pregio. La domanda è semplice: da dove arrivano tutti quei soldi?

TUTTI I NOMI COINVOLTI:

L’elenco comprende Gennaro Santamaria, Maria Antonella Matticoli, Antonella Moretti, Maurizio Pepe, Maurizio Perlingieri, Vincenzo Rosiello, Vincenzo Caretti, Lorenzo Iannotti, Nascenzio Iannace (Sindaco di San Leucio del Sannio), Giorgio Saginario, Antonello Caporaso (Sindaco di Ponte – Consigliere provinciale di Forza Italia), Pio Minicozzi, Antonio Iannella, Domenico D’Agostino, Giovanni D’Occhio, Renato Parente (Presidente del Consiglio comunale di Benevento), Raffaele Basso, Paolo Papapietro e Romeo Melillo.

È importante precisare che si tratta esclusivamente di indagati: le contestazioni sono allo stato delle indagini e le eventuali responsabilità dovranno essere accertate nel corso del procedimento.