“Le parole pronunciate questa mattina dal Pubblico Ministero presso il Tribunale di Salerno, che ha affermato come l’inchiesta non abbia trovato omertà ma una ‘mancanza di umanità’, colpiscono profondamente. Non si tratta di un mero giudizio tecnico, ma di una denuncia morale che riguarda l’intero Stato. La nostra terra, i cittadini, la memoria di Angelo meritano rispetto, attenzione e giustizia.” Lo afferma Dario Vassallo, presidente della Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore: “Angelo è stato lasciato solo, prima e dopo la sua uccisione, nonostante abbia dedicato la vita alla comunità. Il Sistema Cilento ha imbrigliato anche le coscienze. Lo Stato deve dare un segnale concreto: accelerare le indagini sul traffico di droga e garantire che la giustizia arrivi senza ulteriori ritardi. Non possiamo più permettere che inerzia o silenzi calpestino la memoria di chi ha sacrificato tutto per il bene comune”. Il vicepresidente Massimo Vassallo aggiunge: “Il Sistema Cilento è uno Stato nello Stato. La Commissione Antimafia e il Comitato costituito devono proseguire il proprio lavoro con celerità. Non c’è più tempo da perdere: la comunità, la legalità e la memoria di Angelo sono in gioco. La Fondazione Angelo Vassallo sarà presente in aula giorno dopo giorno, perché la giustizia non è un atto formale. È un dovere morale e civico verso la comunità”.
“Stamattina, andando in tribunale per il processo di papà, ho visto uno striscione: “Giustizia per Fabio Cagnazzo.” I giornalisti presenti hanno riportato che tra quei manifestanti c’erano amici e colleghi militari. Se è così, è ancora più grave: significa che qualcuno, pur appartenendo a un’istituzione che dovrebbe difendere la legalità, sceglie di esporsi pubblicamente a favore di un imputato su cui, in aula, si è parlato di condotte gravissime, anomalie e comportamenti tutt’altro che trasparenti”. Lo scrive Antonio Vassallo, figlio del sindaco pescatore, Angelo, sul suo profilo. “Se io indossassi una divisa e credessi davvero nei valori che rappresenta, oggi proverei imbarazzo nel vedere certe scene. Quello che ho provato non è stata rabbia, ma disgusto. Disgusto per chi preferisce ignorare il peso delle carte, delle intercettazioni, delle omissioni e delle irregolarità ricostruite in quindici anni di indagini. Un’immagine pesante, che racconta più di qualunque parola gli orrori che abbiamo vissuto e che, purtroppo, continuiamo a vivere”, conclude Antonio Vassallo.




















