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Salerno – “I neet sono quei giovani che non lavorano e non sono nemmeno inseriti in percorsi di istruzione o formazione. In Italia il 18% dei giovani non studia e non lavora. Dato superiore di 8 punti a quello medio europeo. Nelle cinque grandi regioni del sud la percentuale di neet è superiore al 20%”.

La fondazione-centro studi Openpolis diffonde i dati aggiornati a lunedì 8 febbraio 2021.

Nello specifico: “Un primo confronto che possiamo fare è quello tra regioni, basandoci anche in questo caso sui dati di Eurostat relativi al 2019. Già a livello regionale possiamo osservare come il nostro paese sia spaccato a metà. Se al nord infatti la percentuale di neet presenti è abbastanza contenuta, specie in Veneto (11,1%) e nelle province autonome di Trento (9,8%) e Bolzano (8,7%), al sud questo dato esplode.

Tutte le regioni del mezzogiorno infatti presentano un dato superiore alla media nazionale ed in particolare le 5 grandi regioni del sud (Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania e Puglia) presentano tutte un dato superiore al 20%. Al primo posto in particolare troviamo la Sicilia dove la percentuale di giovani tra 15 e 24 anni che non studia e non lavora è superiore al 30%. Al secondo posto troviamo la Calabria con il 28,4% e al terzo la Campania con il 27,3%”.

Quando però le opportunità offerte da un territorio sono più limitate, sia a livello educativo che di futuro inserimento nel mondo del lavoro, possono verificarsi situazioni come quella dei neet (neither in employment nor in education or training). Si tratta di quei giovani che, non vedendo opportunità per il loro futuro, non solo non lavorano ma hanno anche rinunciato ad intraprendere percorsi formativi.

“Questa situazione si è ulteriormente complicata a causa della pandemia. Secondo un rapporto pubblicato dalla commissione europea infatti, nel secondo trimestre del 2020 i neet in tutta l’Unione europea sarebbero aumentati dell’11,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Secondo il report l’Italia è al primo posto in questa classifica. Nel nostro paese infatti i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né studiano hanno raggiunto il 20,7%”.

I neet in Europa – “Per comprendere quanto il fenomeno dei neet sia impattante nel nostro paese è utile partire da un paragone con gli altri stati membri dell’Unione europea. Per questo confronto possiamo fare affidamento sulle analisi di Eurostat. L’ultimo dato su base annuale disponibile riguarda il 2019.

Nel 2019 l’Italia era il primo Paese europeo per numero di neet sul totale della popolazione compresa tra 15 e 24 anni (18%). Un dato estremamente preoccupante, superiore di 8 punti percentuali rispetto alla media europea. E che si è ulteriormente aggravato negli ultimi mesi. Seguono poi la Romania (14,7%) e la Bulgaria (13,7%). Il Paese Ue con la più bassa percentuale di neet invece era l’Olanda con appena il 4,3%”.

Fratelli d’Italia – A commentare i dati, calandoli sulla specifica macro-area salernitana, è il vice commissario provinciale di Fratelli d’Italia, Marco Iaquinandi: I dati emersi sui ragazzi tra i 15 e i 29 anni in provincia di Salerno non possono lasciarci indifferenti: 32 mila giovani che non lavorano e non studiano, sono un campanello d’allarme per la comunità salernitana. 

Quello che deve  fare riflettere sono due dati fondamentali: la dispersione è maggiore, in termini percentuali nei Comuni delle aree interne del sud della provincia, e, secondo dato, l’Agro come macro area ha in termini numerici (circa 10mila unità) un terzo dei giovani inattivi dell’intera provincia e si avvicina ai livelli della provincia di Napoli.

La politica non può scaricare la colpa solo sulla pandemia: i dati allarmanti di oggi sono frutto purtroppo di politiche di formazione regionali troppo poco incisive sulle dinamiche territoriali. In più, oggi il Reddito di Cittadinanza, il governo premia ed incentiva il ‘dolce far niente’, avendo creato una misura che ad oggi è troppo confusionaria e poco incentivante per entrare nel mondo del lavoro. Per invertire la tendenza, serve una stretta collaborazione con le imprese, sostenendole durante il percorso di assunzione e formazione: i dati ad oggi, certificano che le politiche assistenziali sono dannose per il territorio”.