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Con questo articolo comincia la sua collaborazione con Anteprima 24 Massimiliano Amato: a lui abbiamo chiesto di raccontarci la campagna elettorale di Salerno

di Massimiliano Amato

Il corno rosso di corallo – pare sempre lo stesso da più di 30 anni – che agita all’inizio di ogni incontro, a beneficio degli aficionados che si spellano le mani, e per le risate si slogano le mascelle. Gli itinerari studiati con l’autista per evitare le strade “che portano seccia”, come dice lui pagando dazio al vocabolario dell’odiata napoletanità più volgare. Le finte di corpo alla Ronaldinho per scansare incontri sgraditi, pur essi sconsigliati dalla scaramanzia. Seguire Vincenzo De Luca in campagna elettorale significa tornare ai mondi arcaici studiati alla fine degli anni Cinquanta dall’Ernesto de Martino di Sud e Magia.

È una retrocessione solo simbolica, che però ne ha dentro di sé molte altre, più concrete. E tutte le riassume. Perché quello che Vincenzo De Luca sta proponendo ai salernitani da quando con un atto di arroganza che forse avrebbe meritato qualche approfondimento sia da parte del Viminale che della stessa locale procura della Repubblica ha imposto loro le elezioni un anno e mezzo prima della scadenza naturale, è un triplo salto carpiato. Ma all’indietro. Un moto retrogrado che fa perno su un elemento che, alla fine, potrebbe rivelarsi decisivo per le sorti del voto del 24 e 25 maggio prossimi. La dimenticanza. De Luca sta chiedendo ai salernitani di rimuovere, in un colpo solo, i suoi trent’anni di dominio assoluto sulla città. Esercitato in parte direttamente, in parte per interposta persona mentre lui era in altre faccende affaccendato. Proprio così. E la cosa ha già trasformato la sua campagna elettorale in una rappresentazione a metà strada tra certe sit com americane degli anni Ottanta e il miglior teatro dell’assurdo: Becket, Ionesco, Pinter, Tardieu, ma anche Pirandello. Un trionfo del non sense. Frequentissimi gli sconfinamenti involontari nel grottesco. In uno spettacolare sdoppiamento che disorienterebbe chiunque, tranne chi eventualmente dovesse scendere da Marte ignorando completamente la storia recente di Salerno, De Luca sta andando contro sé stesso. E quindi: la città è brutta, sporca e cattiva, piena di insidie, popolata di spacciatori e parcheggiatori abusivi. Un suk. In parte vero, in parte narrazione molto caricata per stupire.

Ma è proprio questo elemento, la narrazione, a nascondere a quanto pare l’imbroglio più grosso (e anche più inquietante) di questa campagna elettorale. Perché se il sindaco deposto e principale accusato di ogni nequizia, Enzo Napoli, evita accuratamente di farsi vedere in giro per dribblare domande scomode, dal seno della sua amministrazione qualche spiffero trapela. E racconta di come, negli ultimi due anni – da quando cioè ha capito che non avrebbe ottenuto il terzo mandato alla Regione neanche se San Gennaro si fosse impegnato a ripetere il miracolo tutti i giorni per un mese di fila – il principale ostacolo a qualsiasi progetto tendente a migliorare la vivibilità cittadina sia stato proprio lui, De Luca stesso. A cui l’amministrazione aveva l’obbligo di relazionarsi quotidianamente, “anche solo per spostare una penna da una scrivania all’altra”, racconta qualche voce di dentro. “So per certo perché me l’hanno raccontato loro – riferisce un consigliere di maggioranza uscente, oggi candidato in una delle liste che sostengono la corsa a sindaco di Franco Massimo Lanocitache diversi assessori si sono visti bloccare d’impero provvedimenti e progetti, anche importanti, che adesso fanno parte del suo programma elettorale. E questa atmosfera di sospensione, negli ultimi anni della nostra esperienza ammnistrativa, era tattile, concreta: stavamo lì solo per preparare le condizioni del suo ritorno quando si fosse liberato, in pratica. E niente andava toccato o cambiato”. Insomma, la città doveva degradare per poter poi essere salvata da lui? “Proprio così”. Tra i progetti bocciati, ce ne sarebbe anche uno che è diventato un cavallo di battaglia della sua campagna elettorale all’insegna del securitarismo più esasperato: lo spostamento al centro della città, per scopi di deterrenza della microcriminalità, di un presidio operativo dei Vigili Urbani, da anni confinati col loro comando all’estrema periferia orientale. Nel cuore di quella che un tempo era la zona industriale, trasformata dal trentennio deluchiano in un cimitero di elefanti.

Sembrano le classiche “cose dell’altro mondo”, e probabilmente lo sarebbero, se non fossimo a Delucalandia, un posto che negli anni si è adagiato sul nicciano “eterno ritorno del sempre uguale”. Il tempo ciclico di Salerno è ruotato finora intorno a un signore che qualche giorno fa ha compiuto 77 anni, di cui ben più di cinquanta spesi in politica. Va, viene, va via di nuovo, torna. Continuando a controllare tutto anche quando non c’è. Oggi, da destra a sinistra, sono tutti contro di lui, nel tentativo di intercettare la montante disillusione dei salernitani, che nel frattempo hanno cominciato a contestarlo apertamente sui social: e anche questo è un segno dei tempi. L’uomo che è stato solo comunicazione e null’altro (“chiacchiere e distintivo”, direbbe qualcuno), travolto dallo stesso dispositivo che ha governato con astuzia e perizia per anni.

Ma che questo possa tradursi in un ribaltone nelle urne è tutto da vedere. La sua coalizione, priva quasi del tutto di liste di partito, è una “macchina da guerra”, magari non gioiosa come quella occhettiana, ma molto efficiente. E temibile. Applicando scientificamente il metodo che consentì alla Dc di governare la città dal dopoguerra fino al 1987, i suoi strateghi elettorali hanno riempito le liste che lo sostengono con la mobilitazione delle “grandi famiglie” che da sempre determinano il corso delle amministrative. E anche su questo punto (come su moltissimi altri), nei suoi 33 anni di ininterrotto controllo del Municipio, De Luca ha riportato Salerno all’epoca precedente alla stagione delle giunte laiche e di sinistra che interruppero il dominio scudocrociato su una città definita tradizionalmente “clerico-fascista”. Trasformata, dal ’93 in poi, in una sorta di protettoratofiduciario personale. In cui lui, da eterno cavallo di ritorno, ritiene di potersi permettere il lusso di ricoprire tutte le parti in commedia. Nel farlo, ha già trasformato quella in corso nella più surreale campagna elettorale che i salernitani ricordino. Per il resto (cioè l’esito finale di questo spaesamento in cui ha precipitato i suoi concittadini) staremo a vedere che succederà.