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Nel Sannio la corsa alle Regionali rischia di trasformarsi in un caso di marketing politico disinvolto. Secondo quanto emerge da una serie di segnalazioni e dalle email che abbiamo potuto visionare, il candidato del Partito Democratico Giovanni Cacciano avrebbe utilizzato una mailing list contenente i recapiti di tutti gli avvocati iscritti all’Ordine di Benevento, senza che sia chiaro come ne sia entrato in possesso.

La comunicazione, inviata dalla casella “PD Sannio – Segreteria”, contiene un appello al voto firmato dallo stesso Cacciano e un allegato PDF dal titolo eloquente: “Uniti per il nostro Sannio”. Fin qui, la consueta propaganda elettorale. Il problema nasce quando si osserva il modo in cui la mail è stata diffusa: gli indirizzi dei destinatari risulterebbero visibili a tutti, esponendo centinaia di avvocati in un invio collettivo che, se confermato, rappresenterebbe una potenziale violazione del GDPR e delle più basilari norme sulla privacy.

Pare inoltre che l’operazione non sia stata isolata. La mail sarebbe stata inviata almeno due volte, nonostante già dopo il primo invio diversi avvocati avessero risposto segnalando l’anomalia, lamentando la mancanza di consenso e chiedendo spiegazioni sulla provenienza dei dati. Il reiterarsi della comunicazione avrebbe quindi contribuito ad alimentare irritazione e dubbi, trasformando quello che poteva sembrare un errore in una pratica insistita e difficilmente giustificabile.

Nelle risposte, tutte tracciabili nelle conversazioni visionate, emergono toni duri e domande dirette: Come ha ottenuto il mio indirizzo?”, “Perché ricevo propaganda politica senza consenso?”.

In più di un caso, i destinatari annunciano l’intenzione di voler segnalare l’accaduto al Garante per la Privacy e allo stesso Ordine professionale. La sensazione diffusa è che il messaggio non sia soltanto inopportuno, ma sintomatico di un metodo opaco: non è noto da quale fonte il candidato abbia attinto una mailing list così specifica e completa, né risulta che i professionisti coinvolti abbiano mai espresso un qualche consenso a ricevere comunicazioni di natura politica.

Nel pieno di una campagna che promette trasparenza e partecipazione, l’episodio rischia di tramutarsi in un boomerang politico. Perché la ricerca di voti è legittima. Farla forzando la mano sulla privacy di un’intera categoria professionale è un’altra storia.