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di Carmen Cretoso

Sono rientrati da pochissimi giorni dal viaggio umanitario in Ucraina. Della ventiduesima missione di Mediterranea Saving Humans, partita da Napoli e giunta a Leopoli non parlano solo le tonnellate di aiuti giunti nei paesi di guerra, non raccontano solo le foto ed i post sui social, la guerra la si comprende attraverso gli occhi di chi ne ha visto le macerie tra l’allarme per l’arrivo di un drone ed il rumore assordante di un missile.

Tra i volontari della ventiduesima missione umanitaria, insieme agli attivisti di Napoli e Firenze, oltre al team sanitario di Mediterranea ed ai musicoterapisti di Music&Resilience, anche tre ragazzi di Scafati: Regina Scarico, Rosario Falcone e Francesco Cirillo, alla loro prima esperienza. A guardare i loro occhi si comprende subito che da un viaggio simile non si ritorna mai definitivamente. Sono ancora là, e non solo con il cuore. Mentre Regina e Francesco sorvolano sui numeri degli aiuti che vengono fuori solo a margine dell’incontro e ritornano sulla descrizione delle persone aiutate, abbracciate, conosciute, Rosario tiene ancora l’app di sicurezza sul cellulare e mentre ci raccontano delle emozioni provate, ogni tanto l’alert suona per annunciarci che in Ucraina si sta bombardando ancora. Che la pace di cui si ipotizza tra un tg ed un altro sembra essere, in realtà, molto lontana. Una percezione che i profughi hanno fin troppo chiara. La guerra c’è ancora e non si è mai arrestata. Durante la missione umanitaria – durata 7 giorni – sono stati sganciati 780 droni, 250 missili e tre supersonici su tutto il territorio ucraino. Al momento del coprifuoco le donne ed i bambini raggiungono i rifugi con grande dignità, di uomini in giro se ne vedono pochissimi: l’esercito li ha arruolati bloccandoli per strada e portandoli senza preavviso a combattere.
Nel campo profughi di Sykhiv, dove la missione 22 ha portato aiuti umanitari, la fotografia sociale è la stessa di tutte le zone colpite. La popolazione non ha più nulla, si vive per lo più in strutture di accoglienza informale nelle cui stanze ci sono nuclei familiari di due o tre persone, solitamente mamme con figli. Oppure in rifugi creati dopo il 24 febbraio di quattro anni fa, quando la Russia ha deciso di portare via tutto al popolo ucraino: case, lavoro, passato e futuro. Gli sfollati vivono di aiuti umanitari e di un solo pasto al giorno fornito dallo Stato e dalla Chiesa. Un pasto che donne e bambini, ricevono dopo due o tre ore di fila: non più di uno, con il rischio che si potrebbe arrivare a pentole vuote. Mediterranea non si occupa solo di nutrizione ma anche di prevenzione e informazione sanitaria, oltre che di supporto psicosociale. Tra i volontari della missione anche musicisti di Music and Resilience che attraverso la musica hanno portano momenti di dimenticanza e qualche sorriso. Leopoli, oggi, è addobbata per il Natale, un messaggio dignitoso che il popolo ucraino trasmette al resto del mondo. La stessa dignità che i volontari hanno sentito negli abbracci delle donne ucraine, nella gratitudine degli anziani, nei tratti dei bambini così piccoli da non ricordare il loro mondo senza guerra.