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L’escalation tariffaria tra Stati Uniti e Unione Europea, legata alla disputa sulla Groenlandia, rischia di avere un impatto significativo sul sistema produttivo italiano. Secondo le stime dell’Ufficio Studi della FICEI (Federazione Italiana Consorzi Enti Industrializzazione), nel 2026 l’export italiano verso gli USA potrebbe subire una contrazione compresa tra l’8% e il 10%, con una perdita di valore stimata tra i 18 e i 22 miliardi di euro.

“L’impatto sul PIL nazionale potrebbe tradursi in una correzione al ribasso fino all’1,4%, mettendo a rischio circa 150.000 posti di lavoro”, spiega Antonio Visconti, presidente della FICEI.

Il piano di pressione commerciale statunitense prevede l’introduzione di dazi lineari fino al 25% su settori strategici per l’industria italiana, con effetti differenziati sui principali comparti produttivi.

Nel dettaglio, la meccanica strumentale, pilastro dei distretti industriali del Nord, rischierebbe una perdita stimata in 2,7 miliardi di euro. L’agroalimentare, con una flessione prevista di 2,3 miliardi, appare tra i settori più esposti, anche a causa della possibile sostituzione con prodotti “fake Italy”. Per alcune filiere, come quella della pasta, si ipotizzano addirittura tariffe ritorsive superiori al 100%.

Il comparto moda e lusso potrebbe registrare una contrazione di circa 1,6 miliardi di euro, con ripercussioni dirette sui distretti calzaturieri e della pelletteria. Più contenuta ma comunque significativa la flessione prevista per l’automotive: la componentistica segnerebbe perdite per circa 800 milioni di euro, con effetti a cascata sull’indotto della Motor Valley.

“Esiste il rischio concreto di una crisi asimmetricaaggiunge Visconti –. Se il Nord soffre soprattutto in termini di volumi, il Mezzogiorno potrebbe affrontare lo shock occupazionale più duro, in particolare nei comparti conserviero e vitivinicolo”. Secondo le stime della FICEI, nel Sud sarebbero a rischio 1,2 miliardi di euro di ricavi e circa 13.000 addetti.

“In assenza di una mediazione entro il primo semestreconclude il presidente FICEI la diversificazione dei mercati verso l’area MENA e l’Asia diventerà una scelta obbligata per salvaguardare la tenuta dei distretti industriali italiani”.