Tempo di lettura: 3 minuti

L’esclusione di Benevento dalle dieci finaliste per la Capitale italiana della Cultura 2028 lascia un retrogusto amaro che va oltre il risultato formale. Perché, al netto delle valutazioni ufficiali operate dal ministero competente, è difficile non cogliere in questa scelta anche una lettura politica, o quantomeno un indirizzo che in questi mesi si è reso sempre più evidente.
Non si tratta di puntare il dito contro Mirabella Eclano, che ha conquistato l’accesso alla fase finale con un progetto probabilmente ben strutturato e coerente. Sarebbe sbagliato e ingeneroso. Ma è altrettanto legittimo interrogarsi sulle dinamiche che hanno accompagnato questa candidatura, a partire da quanto accaduto nell’ottobre scorso allorché il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si recarono insieme all’area archeologica di Aeclanum rilasciando dichiarazioni di aperto sostegno al progetto. Una visita istituzionale di peso, tutt’altro che simbolica, che oggi appare come un segnale politico chiaro, difficilmente ignorabile.
Alla luce di quell’episodio, la mancata ammissione di Benevento tra le dieci finaliste era davvero così imprevedibile? O c’erano già allora indizi che lasciavano intendere come alcune candidature partissero con un vantaggio evidente?
C’è poi un elemento che colpisce più di altri e che rende la lettura dell’esito ancora più amara: Mirabella Eclano arriva in short list con un progetto incentrato sulla via Appia (‘L’Appia dei Popoli’), mentre Benevento – snodo principale dell’Appia, città protagonista del riconoscimento Unesco e simbolo stesso di quell’asse culturale e storico – resta fuori. Una scelta che, quantomeno, solleva interrogativi: sarebbe potuta coesistere tra le finaliste la candidatura di Mirabella con quella di Benevento?
Certo, si può parlare di progettualità. Si può sostenere che il dossier Benevento-Pietrelcina non sia stato ritenuto sufficientemente convincente, che non abbia espresso fino in fondo una visione capace di competere con altre proposte. Ma anche qui il dibattito rischia di restare superficiale: molti di coloro che oggi criticano quel progetto lo fanno senza averlo realmente letto, affidandosi a giudizi sommari più utili alla polemica che alla comprensione.

Sicuramente la difficoltà nei collegamenti e la scarsa disponibilità di strutture alloggiative potranno avere avuto un loro peso. Poi si può senza dubbio riflettere anche sulla scelta di presentare due candidature distinte (Benevento-Pietrelcina e Unione delle Città Caudine) che probabilmente non ha aiutato. Un’unica proposta avrebbe potuto rafforzare il peso del territorio. Ma neppure questo spiega tutto.
Il sindaco Mastella ha parlato di una selezione che avrebbe favorito soprattutto città amministrate dal centrodestra. Una lettura comprensibile a caldo, ma non del tutto lineare: non tutte le realtà nella top 10 rispondono a quella collocazione politica.
Resta un fatto difficile da ignorare: Benevento, città dalla storia millenaria, con un patrimonio riconosciuto a livello internazionale, un ruolo centrale nel panorama nazionale ed inoltre con una vivace vita culturale preesistente e non soltanto da attuarsi a seguito della investitura, è stata esclusa. E questo obbliga a porsi una domanda scomoda ma necessaria: quanto hanno contato davvero i dossier – e di conseguenza il lungo lavoro fatto da fondazione, istituzioni, associazioni e semplici cittadini – e quanto, invece, hanno pesato i segnali politici, le scelte maturate ben prima della selezione ufficiale?
Forse la verità sta nel mezzo. Di certo, questa esclusione non può essere archiviata come una semplice bocciatura tecnica.

Capitale della Cultura 2028, Benevento-Pietrelcina e Città Caudina escluse dalle dieci finaliste