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L’ATO Rifiuti versa Centomila euro a Sannio Europa per la gestione della comunicazione istituzionale ed ambientale. Non si configura come una ‘compensazione impropria’. Ma ne segue lo stesso criterio. E principio.

Perché il punto non è il reato. È il metodo. È l’idea, tutta politica, che le risorse pubbliche possano essere piegate a esigenze di consenso, posizionamento, fidelizzazione. Con il timbro dell’istituzione. E il conto scaricato sui Comuni.

Sannio Europa è una partecipata della Provincia di Benevento. Una di quelle scatole formalmente tecniche, sostanzialmente politiche. Amministrata da politici di professione. Abitata, nel tempo, da consiglieri comunali, amministratori, fedelissimi. Sempre gli stessi giri. Sempre le stesse corti. Da Piazza Guerrazzi a Ceppaloni.

Centomila euro per la “comunicazione”. Novantamila più IVA, per essere precisi. Una cifra sproporzionata. Soprattutto se rapportata alla funzione dell’ATO Rifiuti. Che non è un’agenzia di marketing. Non è un brand. È un ente d’ambito. Serve a garantire un servizio essenziale. Raccolta. Smaltimento. Efficienza. Non storytelling, eventi, campagne promozionali.

E invece si procede così. Con una determina gestionale. Senza un vero confronto politico. Senza coinvolgere i sindaci, che quei soldi li mettono davvero. Perché l’ATO non produce ricchezza. La redistribuisce. Prelevandola dai Comuni. E quindi dai cittadini, attraverso la TARI.

Non a caso, alcuni sindaci si sono ribellati. Giustamente. Hanno messo nero su bianco una contestazione formale. Hanno parlato di spesa inopportuna, non prioritaria, persino distorsiva rispetto ai fini della comunicazione istituzionale. Hanno chiesto lo stop, la revoca, la rendicontazione di ogni euro. 

E poi ci sono gli altri. Quelli che tacciono. Ingiustamente. Non perché non abbiano il diritto di dissentire. Ce l’hanno eccome. Ma perché quel silenzio pesa. È il silenzio di chi forse condivide la critica, ma non può dirlo. O non vuole. Perché fa parte di un sistema che vive di equilibri, di compensazioni, di spartizione del potere. Dove rompere il fronte significa restare fuori dal giro.

È così che le “mancette” diventano prassi. È così che una società in house diventa un passaggio obbligato. Uno snodo. Un filtro. È così che la comunicazione istituzionale smette di essere servizio e diventa strumento. Nessuna accusa penale. Nessuna scorciatoia giudiziaria. Qui il tema è politico. Ed è persino più grave.

Perché ogni euro speso dall’ATO è un euro sottratto ai servizi. O caricato sulle famiglie. E quando centomila euro finiscono in un circuito chiuso, autoreferenziale, politicamente orientato, il problema non è la forma. È la sostanza.

E allora si ritorna lì. Alla parola che tutti evitano. Non è una tangente. Non lo è, formalmente. Non passa di mano in mano. Non finisce in tasca. Non ha il rumore secco della mazzetta. Ma ne riproduce la logica. Perché anche qui c’è denaro pubblico usato per oliare un sistema. Per mantenere equilibri. Per alimentare fedeltà. Per finanziare, in modo elegante, una rete di consenso. Con atti amministrativi al posto delle buste. Con le determine al posto dei favori espliciti.

È la versione istituzionalizzata. Pulita. Tracciabile. Deliberata. E forse, proprio per questo, ancora più pericolosa.