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Il silenzio glaciale che è calato sul Partenio-Lombardi ben oltre il novantesimo ha il sapore amaro della fine di un’epoca, o almeno di un’illusione. Non è stata solo la sconfitta contro il Pescara a condannare Raffaele Biancolino, quanto l’encefalogramma piatto di una squadra che è parsa un corpo estraneo al suo allenatore. Mentre la Tribuna Terminio applaudiva paradossalmente gli avversari e la Curva Sud scaricava la sua furia contro ogni componente societaria, nelle viscere dello stadio si consumava il processo definitivo a un progetto tecnico che ha smarrito la bussola. La sensazione che ha raggelato la proprietà è stata quella di un ammutinamento silenzioso: un gruppo che non corre più, non lotta e sembra aver smesso di riconoscersi nelle idee del tecnico.

Il conclave notturno tra Angelo Antonio D’Agostino, il figlio Giovanni e il direttore sportivo Mario Aiello è durato un bel pò, trasformando il piazzale antistante la Tribuna Montevergine nel tribunale di una crisi senza precedenti. I volti scuri dei protagonisti hanno raccontato molto più delle dichiarazioni di facciata rilasciate in sala stampa. Al centro del dibattito non c’è stata solo la classifica deficitaria, con lo spettro dei play-out che ora dista appena tre lunghezze, ma soprattutto il fallimento di una gestione che non è riuscita a valorizzare il decimo monte ingaggi dell’intera Serie B.

Biancolino ha lasciato l’impianto protetto dalle ombre della notte, consapevole che il suo credito sentimentale con la piazza si è esaurito sotto il peso di cinque sconfitte nelle ultime sei gare. Mentre la squadra abbandonava lo stadio tra l’indifferenza e i fischi, la dirigenza ha iniziato a tessere la tela per il futuro immediato. Le telefonate frenetiche intercorse tra i vertici societari hanno tracciato l’identikit di un “normalizzatore” capace di ridare un’anima a un gruppo spento e abulico. Fabio Caserta e Luca D’Angelo rappresentano in questo momento le piste più calde, profili di polso necessari per gestire una piazza che bolle e uno spogliatoio che sembra aver perso ogni gerarchia interna.

L’alba di oggi porta con sé il peso di un esonero ormai scritto nei fatti. La decisione di D’Agostino non è più una scelta tecnica, ma un atto di sopravvivenza per evitare che il sogno di una stagione tranquilla si trasformi in un incubo sportivo irreversibile. Con la pista Guido Pagliuca quasi tramontata e il sogno Fabio Pecchia che resta tale, l’Avellino si prepara a voltare pagina. Resta l’amarezza di un idolo che cade, travolto da una gestione che ha smarrito la rotta proprio nel momento in cui avrebbe dovuto compiere il salto di qualità definitivo.