C’è sempre un convitato di pietra quando si parla di centrosinistra sannita. Cambiano i segretari. Cambiano i congressi. Non cambia il nome. A Benevento, anche quando non è in sala, il protagonista resta lui: Clemente Mastella.
Al congresso del Pd, tra toni trionfanti e vecchie ruggini, l’ombra del “Duca di Ceppaloni” ha aleggiato più dei documenti programmatici. Lapidario Umberto Del Basso De Caro: “Siamo sette partiti e una famiglia”. Una frase che pesa. E che apre scenari.
Ne abbiamo parlato con Federico Paolucci, segretario provinciale di Indipendenza.
Paolucci, il congresso Pd ha chiarito o complicato il quadro? “Ha certificato una verità: al di là dei toni enfatici del pluriblasonato e pluribastonato Giovanni Cacciano, il tema centrale resta Mastella. Sempre lui. Il convitato di pietra. Il centrosinistra discute di assetti, ma il nodo è politico: reggerà De Caro su un’alleanza modello Regione, tutti dentro, compreso chi per dieci anni è stato l’avversario?”.
Un’alleanza larga alle comunali è davvero praticabile? “Ci sono pro e contro. La non candidabilità di Mastella potrebbe favorire un nome condiviso. Ma produrrebbe sconcerto in chi ha costruito un’identità alternativa al mastellismo. Potrebbe anche diventare il viatico per un accordo Camera–Senato, con due giovani alla ribalta: Mario Clemente Mastella e lo stesso Del Basso De Caro. Ma sarebbe una scelta di palazzo. Non di popolo”.
Il centrodestra che ruolo gioca in questo scenario? “Un fantasma si aggira per la città. Tre partiti che non trovano la quadra. Deboli sul territorio – per usare un eufemismo – e assenti sul piano programmatico. Nessuna dialettica amministrativa. Nessuna visione alternativa. È quasi un lascito testamentario a Mastella”.
E le provinciali? “Non promettono bene per il centrodestra. I due partiti più forti (Forza Italia e Fratelli d’Italia) fanno una lista debole. Il partito più debole (Lega) prova a farne una forte. È un paradosso. A sinistra, invece, il risultato del Pd sarà un messaggio politico: se prende due seggi è un segnale a Mastella; se ne prende uno è un segnale a De Caro. In quel caso significherebbe: la tua linea non porta lontano”.
Cosa dovrebbe accadere allora? “Chi ha a cuore le sorti della città dovrebbe abbandonare le casacche. Sta accadendo in altri capoluoghi campani. È possibile una prospettiva poco esplorata: un civismo sano, senza barricate. Qualcuno ha iniziato a dirlo, come Angelo Moretti e Nicola Boccalone. Anche se si votasse insieme alle politiche, bisognerebbe distinguere i piani. La città non può essere ostaggio di dinamiche nazionali”.
Qual è il rischio più grande? “Continuare a misurare la forza dei partiti senza misurare il consenso dei cittadini. La domanda vera è semplice: saranno più forti i partiti senza cittadini o i cittadini senza partiti? È l’ultimo appello per una città che rischia di spegnersi”.
Un interrogativo che resta sospeso. E che, più delle formule, interroga la classe dirigente sannita.




















