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Ad Avellino il centrodestra prova a mostrarsi unito, ma la realtà racconta tutt’altro. L’incontro promosso da Gianfranco Rotondi, tra auguri pasquali e brindisi, ha offerto l’immagine di una coalizione compatta solo in apparenza. Dietro i sorrisi, infatti, persistono divisioni profonde.

A meno di tre settimane dalla presentazione delle liste, la sintesi politica è ancora lontana. La coalizione non ha trovato un accordo e, di fatto, i candidati in campo restano due: da un lato Laura Nargi, sostenuta da Forza Italia partito maggioritario della coalizione, dall’altro Fabio Benigni, indicato da Fratelli d’Italia ma che alle amministrative del 2024 non ha superato nemmeno il 3 %, 

Forza Italia rivendica con decisione la propria linea. Il riferimento è chiaro: Nargi è l’unico nome su cui il partito intende puntare. L’obiettivo dichiarato è costruire una proposta competitiva, lasciando aperta solo l’ipotesi di una ricomposizione al secondo turno. Secondo i forzisti, spetta agli alleati dimostrare la loro forza politica, mentre loro si candidano a guidare la coalizione.

Di tutt’altro avviso Fratelli d’Italia. Per il partito guidato a livello locale da Ines Fruncillo, il candidato è già stato individuato nell’avvocato Benigni, ritenuto il punto di partenza per costruire una proposta credibile di centrodestra. La posizione è netta: la scelta deve emergere dal tavolo politico e rappresentare davvero l’intera coalizione.

Nel frattempo, la Lega resta sullo sfondo, assente anche all’incontro promosso da Rotondi, alimentando ulteriori incertezze sugli equilibri interni dopo l’incontro con l’ex sindaco Gianluca Festa 

Il rischio di una corsa divisa appare sempre più concreto. Nonostante gli appelli all’unità e i tentativi di mediazione, le distanze tra i partiti restano ampie. L’eventuale intervento dei livelli nazionali viene visto come un’extrema ratio, quasi una sconfitta per la classe dirigente locale.

Così, mentre il tempo scorre rapidamente verso le elezioni, il centrodestra avellinese si trova ancora impantanato tra strategie divergenti e leadership contese. La “pace democristiana” evocata per l’occasione resta, almeno per ora, solo una formula retorica.