“Te lo ricordi? Quello con cui ebbi una discussione anni fa” e poi l’esortazione a vendicarsi – “fallo piangere” – uccidendogli due persone a lui vicine: è riconducibile a una lite in carcere tra le vittima e uno dei suoi aggressori, il tentato omicidio di Vincenzo Lo Russo, nipote dei reggenti del clan Lo Russo-Capitoni del quartiere Miano di Napoli, raggiunto da cinque colpi d’arma da fuoco e salvo per miracolo lo scorso 17 aprile.
E’ grazie a una videochiamata tra la vittima e il padre detenuto, intercettata dai militari, che il Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri Napoli Vomero, coordinato dalla Procura Antimafia (pm Parascadolo e Sepe, procuratore aggiunto Amato) riesce a scoprire anche che si tratta di una diatriba tutta interna al clan che è composto da due fazioni.
Del tentato omicidio aggravato dalle finalità mafiose sono accusare tre persone, due delle quali sottoposte a un provvedimento precautelare. Della terza, invece, al momento non c’è traccia ed è attualmente ricercata.
Durante la videochiamata Vincenzo riesce a far capire al padre chi è il responsabile senza mai nominarne il nome: scattano subito le raccomandazioni del genitore che lo esorta a stare molto attento.
Lui, infatti, non esclude che i killer possano completare il lavoro anche in ospedale, presentandosi con il camice addosso per sembrare dei medici. Poi l’invito a lasciare subito Napoli con la sua famiglia senza però dimenticare che deve vendicarsi: “fallo piangere”, “buttagli due a terra (cioè ‘uccidigli due persone’, ndr)… pure se devi prendere l’ergastolo”.
Nella stessa videochiamata entrambi si pongono un interrogativo circa il ruolo nella vicenda di un loro parente che nel clan Lo Russo occupa una posizione di rilievo: se è stato lui a dare il via libera all’operazione, allora meriterebbe di essere ucciso. Se invece tutto è avvenuto senza il suo consenso allora il suo compito è quello portare a suo cospetto la testa di colui che ha sparato per dare loro “soddisfazione”.
E’ grazie a una videochiamata tra la vittima e il padre detenuto, intercettata dai militari, che il Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri Napoli Vomero, coordinato dalla Procura Antimafia (pm Parascadolo e Sepe, procuratore aggiunto Amato) riesce a scoprire anche che si tratta di una diatriba tutta interna al clan che è composto da due fazioni.
Del tentato omicidio aggravato dalle finalità mafiose sono accusare tre persone, due delle quali sottoposte a un provvedimento precautelare. Della terza, invece, al momento non c’è traccia ed è attualmente ricercata.
Durante la videochiamata Vincenzo riesce a far capire al padre chi è il responsabile senza mai nominarne il nome: scattano subito le raccomandazioni del genitore che lo esorta a stare molto attento.
Lui, infatti, non esclude che i killer possano completare il lavoro anche in ospedale, presentandosi con il camice addosso per sembrare dei medici. Poi l’invito a lasciare subito Napoli con la sua famiglia senza però dimenticare che deve vendicarsi: “fallo piangere”, “buttagli due a terra (cioè ‘uccidigli due persone’, ndr)… pure se devi prendere l’ergastolo”.
Nella stessa videochiamata entrambi si pongono un interrogativo circa il ruolo nella vicenda di un loro parente che nel clan Lo Russo occupa una posizione di rilievo: se è stato lui a dare il via libera all’operazione, allora meriterebbe di essere ucciso. Se invece tutto è avvenuto senza il suo consenso allora il suo compito è quello portare a suo cospetto la testa di colui che ha sparato per dare loro “soddisfazione”.




















