La decisione, presa già dopo le prime proiezioni che lo davano sotto il 60%, è la spia più attendibile della delusione. Nessun corteo, niente festeggiamenti di piazza, nessuna conferenza stampa: al massimo una dichiarazione stiracchiata di una quindicina di righe al miele per tutti. Lunedì sera mentre tutt’Italia, capendoci in realtà ben poco e fermandosi solo alle apparenze, parlava di trionfo celebrandone il ritorno a Palazzo di Città per la quinta volta lui, Vincenzo De Luca, s’inabissava. Mai successo nelle quattro volte precedenti, sempre festeggiate come Cristo comanda.
Non è azzardato immaginare il cacicco salernitano girare (furente) per ore intorno al verdetto uscito dalle urne ravvisando più di un segnale di ridimensionamento. Totalmente inaspettato. Perché la Quinta di De Luca, come quella di Beethoven, è proprio la sinfonia di un destino che si compie.
Il destino del deluchismo come trionfante fenomeno civico che può fare a meno delle forze politiche tradizionali. Un modello durato più di trent’anni e uscito ammaccatissimo da queste elezioni. Senza la generosa stampella offerta (solo all’ultimo momento, e in capo a un travagliatissimo dibattito interno, sfociato addirittura in una scissione) da Avanti Psi, unica lista di partito della “gioiosa macchina da guerra” messa in piedi dall’ex presidente della Regione, oggi staremmo parlando d’altro: togliete lo scarso 10 per cento dei socialisti e avrete il ballottaggio bello e servito.
Insomma, stavolta un conto è la narrazione e tutt’altra la realtà. E De Luca, che è abituato a non fare sconti a nessuno, nemmeno a sé stesso, l’ha capito. Quei 39mila e rotti voti che lo inchiodano al 57,88 per cento (addirittura sotto di due punti rispetto alla percentuale, 59,66%, raccolta dalla sua coalizione: un fatto storico) sono perfino una manciata in meno – qualche decina – di quelli ottenuti dal suo delfino Enzo Napoli nel 2021 (39.223: a procurargli qualche decimale in più è il ridotto numero di aventi diritto, dimagrito di circa duemila unità). Percentuale quasi identica (Napoli ottenne il 57,40), praticamente a parità di affluenza: 63,19% cinque anni fa, 63,43% stavolta. Tutto perfettamente, maledettamente simmetrico. Parecchio distante dal primo successo di Napoli, nel 2016: 70,50%, su un’affluenza finale del 68,41%, e con dieci candidati sindaco contro. Addirittura abissale il distacco dal risultato che, nel 2011, lo portò per la quarta volta a Palazzo di Città: 74,42%, con una partecipazione al voto del 78,49%.
E questo è il punto dolente. La crescita dell’astensionismo in tre lustri, che rappresenta più di un segnale di insofferenza: anzi confina apertamente con la bocciatura. Perché i voti raccolti da De Luca domenica e lunedì pareggiano (quasi) il numero di coloro che hanno disertato le urne: poco più di quarantamila. Sicché queste consultazioni delineano uno scenario totalmente nuovo per la storia recente di Salerno. Nel trentennio deluchiano, i risultati elettorali sono stati dei plebisciti sia in termini di consensi a lui che in termini di partecipazione. E i plebisciti non ammettono posizioni terze. Stavolta, la città si è divisa in tre parti: una sta con De Luca (il 35% del corpo elettorale), una sta con gli avversari che lo hanno sfidato (il 28%), una terza sta per i fatti suoi, ed è la parte numericamente più consistente: il 37%).
Inquadrato da questa prospettiva, il “principato” salernitano esce dall’area del regime personalistico per posizionarsi in uno spazio nuovo, dove rivive una maggiore (e insperata) contendibilità democratica. Per dirla in parole povere: dopo questo voto ogni tentativo di rappresentare De Luca come il padrone di Salerno costituisce più una sciocca coazione a ripetere dei media che il racconto di un dato di realtà.
L’ha capito lui stesso, defilandosi subito, l’hanno capito i suoi avversari, da Lanocita, a Marenghi, a Zambrano, che portano complessivamente in consiglio comunale una pattuglia di undici consiglieri di opposizione. A farlo arrabbiare molto deve aver contribuito non poco il risultato di Lanocita, che ha raccolto oltre duemila voti in più delle liste che lo sostenevano. E moltissimi sono venuti proprio da elettori della sua formidabile armata civica.
L’ultimo sberleffo di un’elezione che doveva essere un trionfo ma, nonostante la vittoria (del resto ampiamente scontata), rappresenta più la fine di un’epoca che l’ulteriore ratifica di un dominio (quasi) assoluto.




















