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Che se ne dica, il Governo Meloni tiene.

E il voto finale sulla nuova legge elettorale lo dimostra più di qualsiasi dichiarazione politica. La Camera ha approvato la riforma con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti. Il testo passa ora al Senato, ma il primo vero banco di prova parlamentare è stato superato.

In archivio finisce anche la vicenda delle preferenze. Una bocciatura che, nelle ultime ore, è stata raccontata come una sconfitta della maggioranza. Ma la lettura politica potrebbe essere un’altra.

L’emendamento che reintroduceva le preferenze aveva ben poche possibilità di diventare legge. Serviva soprattutto a mettere le opposizioni davanti a una scelta politicamente scomoda: votare contro una misura che da anni dichiarano di sostenere. Il risultato è stato esattamente questo. Le opposizioni hanno affossato l’emendamento, mentre il centrodestra ha potuto rivendicare di aver almeno aperto il confronto.

Anche il famoso “governo battuto per un voto” merita una riflessione. Quel margine minimo avrebbe potuto essere facilmente colmato dalla presenza in Aula del ministro Giancarlo Giorgetti o della stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, entrambi in missione istituzionale e quindi non partecipanti al voto. Un dettaglio che ridimensiona la narrazione di una maggioranza in crisi.

Il voto finale sulla riforma racconta infatti un’altra storia: quella di una coalizione che, al momento decisivo, si ricompatta e porta a casa il risultato.

Nel merito, la riforma cambia in maniera significativa il sistema elettorale. Spariscono i collegi uninominali e si passa a un impianto sostanzialmente proporzionale. Restano i collegi plurinominali, ma si allungano le liste dei candidati, che potranno arrivare fino a sette nomi per circoscrizione. Le preferenze restano fuori dalla scheda: l’elettore continuerà a scegliere la lista e non il singolo candidato.

Resta confermata anche l’alternanza di genere nella composizione delle liste, uno dei punti sui quali Futuro Nazionale aveva tentato di aprire uno scontro interno alla maggioranza senza però riuscire a modificare l’impianto della riforma.

L’elemento centrale della nuova legge è però il meccanismo di governabilità. Il sistema sarà proporzionale, con una soglia di sbarramento del 3%, ma scatterà un premio di maggioranza per la lista o la coalizione che riuscirà a superare il 42% dei voti. In quel caso saranno assegnati 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, con l’obiettivo dichiarato di garantire stabilità all’esecutivo. Se nessuno raggiungerà quella soglia, invece, la ripartizione dei seggi sarà interamente proporzionale.

La partita politica, dunque, è tutt’altro che conclusa. Il testo dovrà affrontare il passaggio al Senato e li, forse, potrebbe tornare anche la discussione sulle preferenze. Stavolta però con un’impostazione diversa.