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C’è qualcosa che non mi torna nel tiro al bersaglio che da giorni si sta consumando intorno a Sigfrido Ranucci. E, sia chiaro, il problema non è Ranucci. Il problema è la destra.

A questo punto una domanda bisognerebbe farsela: siete davvero sicuri che tutto questo gioco al massacro convenga alla destra?

Partiamo da un presupposto, altrimenti finiamo nel solito derby tra ultras. Ranucci non è intoccabile. Report non è il Vangelo. E chi per mestiere scava nelle vite, negli affari e nelle contraddizioni degli altri deve accettare che qualcuno, prima o poi, possa accendere una torcia anche a casa sua.

Sul rapporto con Valter Lavitola, ad esempio, le domande sono legittime. Ci sono carte, ricostruzioni e persino quel progetto, immaginato da Lavitola, di costruire per Ranucci un futuro politico.

Questa è materia giornalistica. Si racconta. Si approfondisce. Si fanno domande. Il problema è ciò che è venuto dopo.

Negli ultimi giorni più che un’inchiesta sembra essere cominciato un carotaggio. Bisogna scavare. Sempre più a fondo. E soprattutto bisogna trovare qualcosa ogni giorno.

Gli stipendi. I costi di Report. Le relazioni sentimentali. Le presunte avances, che presunte restano. Le vecchie attività imprenditoriali. Gli interessi familiari nel fotovoltaico.

Poi il fratello Daniele, appartenente alla Guardia di Finanza e con un passato presso la Commissione parlamentare antimafia. Anche qui ricostruzioni, accuse.

Tutto può essere raccontato. Purché verificato. Purché abbia un interesse pubblico. Ma se ogni mattina bisogna svegliarsi e trovare un nuovo pezzo di Ranucci da mettere sul tavolo, allora qualcosa cambia.

Oggi una chat. Domani una donna. Dopodomani lo stipendio. Poi il fratello. Poi una società di vent’anni fa. E avanti il prossimo.

A quel punto il confine tra l’inchiesta e l’accanimento diventa tremendamente sottile. Ed è proprio qui che, fossi nella destra, qualche domanda inizierei a farmela.

La politica dovrebbe aver imparato almeno una cosa dalla storia: se colpisci qualcuno una volta, lo metti in difficoltà. Se continui a colpirlo ogni giorno, rischi di trasformarlo in una vittima. Se insisti ancora, puoi persino costruirgli un monumento.

Ed è questo il paradosso. Lavitola, nel suo alquanto fantasioso progetto politico, aveva immaginato che un eventuale allontanamento di Ranucci dalla Rai potesse trasformarsi in un “bingo”, aumentando la sua popolarità.

E allora viene quasi da sorridere. Non è che una parte della destra sta facendo gratis esattamente il lavoro che Lavitola aveva immaginato?

Oggi la domanda dovrebbe essere semplice: “Cosa deve chiarire Sigfrido Ranucci?”

Continuando così, però, tra qualche settimana potrebbe diventare un’altra: “Perché ce l’hanno tutti con Sigfrido Ranucci?”

Sembrano due domande simili. Politicamente sono due mondi opposti. Criticare Ranucci è sacrosanto. Contestare Report è legittimo. Indagare sulle contraddizioni di chi conduce una delle trasmissioni d’inchiesta più importanti della televisione pubblica è giornalismo.

Ma trasformare la sua vita in una serie televisiva a puntate rischia di ottenere l’effetto contrario.

Ranucci smette di essere il giornalista al quale chiedere spiegazioni e diventa, nell’immaginario di una parte dell’opinione pubblica, il giornalista che qualcuno vuole far fuori.

E quando si arriva lì, avete già perso una parte della battaglia. Per questo torno alla domanda iniziale.

Siete davvero sicuri che questo gioco al massacro convenga alla destra? A furia di provare a demolire un uomo, qualche volta, si finisce per costruire un simbolo. A destra dovrebbero esserne consapevoli. Silvio Berlusconi, ne è la prova.