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C’è una triste probabilità che se esistesse un premio all’ipocrisia, la nostra città arriverebbe tra i primi posti. È difficile da decifrare, ma la seconda serata di Benevento Città Spettacolo pare volesse essere una sveglia. Salemme, con uno spettacolo che, come la maggior parte delle arti del passato, regge le distanze del tempo, ha trasformato Piazza Cardinal Pacca, in un teatro del grande teatro italiano.

“..E fuori nevica” segue la scia della classica commedia greca: ironia, amarezza e sorriso. È titolo di un disagio urlato forte, di una solitudine che abbraccia, in maniera diversa, tre fratelli. È la descrizione reale, umana, di tre angosce diverse: Cico, Stefano ed Enzo, sono chiunque di noi. Chiunque abbia deciso di scappare perché non vedeva alternativa, chiunque sia stato costretto a restare perché coraggio non ne aveva e chi di scelta non ne ha avuta perché, a detta di tutti, incapace di scegliere. E chiunque, obbligato dalla morte dei genitori, è stato costretto a dover unire queste angosce.

La recitazione magistrale di tutti e tre gli attori quasi commuove, per un’arte che sta pian piano lasciando questo mondo. Salemme, Di Maria e Guerriero- nei panni di Cico, Stefano ed Enzo- insieme a Sarcinelli, sono stati un’importante sveglia morale. In un ambiente socialmente un po’ stantio, dove si ha l’usanza di mascherare ciò che è ‘diverso’, dove si fa a gara nel mostrare la vita più brillante, lo spettacolo è stato un grande specchio collettivo. E a differenza di quello che ha voluto precisare il sindaco Mastella, nessuno si aspettava di ridere solamente. Il pubblico lo sapeva, sapeva molto bene quando c’era la necessità di silenzio e di riflessione mostrando un grande rispetto per gli attori e il loro lavoro.

I personaggi si prestano ad uno studio antropologico su temi trasversali: l’autismo, gli obblighi morali, la cecità di fronte ai problemi mentali, la famiglia. Il personaggio di Cico, però, è inevitabilmente deviante. Una deviazione necessaria per prendere consapevolezza. La sua ripetizione costante di “c m manc a me” è stato l’irrazionale più razionale che si potesse mettere in scena. La sua ‘follia’ nel non avere freni inibitori lo rendeva un “supereroe”. Lontano da qualsiasi cavillo sociale e morale, Cico vive e fa vivere la commedia. Le innumerevoli rotture della quarta parete gli permettevano di mettere chiunque davanti al problema: “guardami, esisto, non puoi nascondermi”. E ad essere del tutto sinceri, la sua folle lucidità ha dato l’impressione, per un attimo, di chiedersi: chi è il “pazzo”, io o tu?

Cico è stato il riflesso della nostra ipocrisia. L’ipocrisia di una città che come priorità ha il mettersi in scena e la cui arte più consolidata è nascondere sotto al tappeto chiunque crei disagio. Non c’è mai stato posto per il ‘diverso’, qui. E quindi risulta a tratti comico il ringraziare, da parte del sindaco, Salemme per aver messo in scena temi come l’eutanasia quando i piccoli e costanti disagi rimangono ignorati. D’altronde è difficile che ci si possa rendere conto se non ci si trova a doverli vivere.

Grazie Cico, grazie Salemme. La nostra città, il nostro pubblico, aveva bisogno di un personaggio così disturbante.