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Chiedersi se l’arte debba essere socialmente impegnata è un dubbio lecito quando parti da zero. Se però tuo zio è Rino Gaetano e dirigi la sua band, non hai modo di decidere: sei l‘eredità di una tensione civile.

Altra serata da ricordare a marchio Accademia delle Opere e del suo presidente Francesco Tuzio, che ancora una volta ci ha visto lungo, organizzando una serata che resterá tra quelle più belle di questa calda estate sannita.

Si può dire che Alessandro Gaetano, più che portare avanti il progetto della Rino Gaetano Band, ne sia il cuore pulsante. Il loro concerto al Teatro Romano è stato una catarsi collettiva: non una semplice operazione nostalgica, ma una vera e propria valvola di decompressione per chiunque fosse lì.

La reazione del pubblico è stata di pura liberazione. Tra tutti gli eventi estivi al Teatro Romano, questo è stato, di certo, il più vissuto. Da tutti. Nessun rigore, nessuno status da mantenere, solo ballo, canto e partecipazione.

Non una serata da liquidare sotto il concetto di ‘intrattenimento’, non un semplice amusement consolatorio. Sotto la patina festosa c’era una profonda coscienza critica e il silenzio attento della platea in molti momenti del concerto ne è stata la prova più evidente.

Lontana dall’essere la solita cover band, la solita, banale, riproduzione di un suono: la Rino Gaetano Band ha il sangue della poetica di Rino. Letteralmente.

Quella sua capacità di costruire le canzoni, quel modo di introdurre dinamiche sociali abbellite con l’ironia e, si può dire, il nonsense. Veri e propri cavalli di Troia e un brano come Nuntereggae più ne è il simbolo. Una ballata, allegra, che ti riversa addosso la radiografia spietata del ‘bel Paese’.

Tutto questo è stato fatto vivere a cuore aperto.
Senza mai indossare una veste cattedratica, Rino Gaetano ci ha insegnato un Paese e la vita. Ed Alessandro può, fieramente, sentirsene l’erede.