C’è un modo insolito, ma tremendamente efficace, per raccontare questa coda d’estate nel Sannio. Basta affidarsi ai quattro elementi: fuoco, acqua, aria e terra. Non quelli evocati dalla filosofia o dalla poesia, ma quelli che nelle ultime settimane hanno assunto il volto concreto delle emergenze, dei disagi e delle domande ancora in attesa di risposta.
Il primo elemento è il fuoco.
Quello che il 31 agosto ha devastato l’area industriale di Airola, dove un vasto incendio è divampato all’interno di un sito di stoccaggio e lavorazione di rifiuti. Le fiamme, l’enorme colonna di fumo visibile a chilometri di distanza e, inevitabilmente, la paura per le possibili conseguenze ambientali hanno trasformato rapidamente un’emergenza locale in una vicenda capace di preoccupare un territorio molto più vasto della sola Valle Caudina.
Una vicenda che ha chiamato in causa Prefettura, Comuni, ASL, Regione, Vigili del Fuoco e forze dell’ordine e che continua a imporre attenzione e monitoraggi ed un confronto serrato tra cittadini ed istituzioni che si sono incrociati e scontrati in pubblica piazza e durante incontri pubblici che, al momento, non hanno dato gli effetti sperati.
Dal fuoco all’acqua.
Il temporale che ieri pomeriggio si è abbattuta con straordinaria violenza su Benevento e sul Sannio. Quasi 53 millimetri di pioggia caduti in poco più di mezz’ora nel centro cittadino sono stati sufficienti per trasformare strade in corsi d’acqua, creare accumuli di fango, mettere in difficoltà automobilisti e provocare numerosi disagi.
Una delle immagini destinate a rimanere è quella di piazza Risorgimento. E non una piazza qualsiasi: la nuova piazza Risorgimento, restituita recentemente alla città e diventata ieri, per lunghi minuti, una sorta di grande bacino d’acqua. All’incrocio con viale Mellusi un’automobile con due persone a bordo è rimasta bloccata ed è stato necessario l’intervento della Polizia per metterle in salvo.
È evidente che ci si sia trovati davanti a una precipitazione di particolare, non eccezionale, intensità. Ma proprio episodi del genere obbligano a interrogarsi sulla capacità delle nostre città di reggere eventi meteorologici sempre più estremi: sulla manutenzione, sulla progettazione delle opere pubbliche, sull’efficienza dei sistemi di raccolta e smaltimento delle acque. Il clima cambia e le città non possono permettersi di restare immobili. Esame non superato per la piazza più chiacchierata di questa estate, al netto del gusto estetico merita attenzione soprattutto la capacità di gestire e contenere fenomeni atmosferici del genere.
Il terzo elemento è forse il più impalpabile. L’aria.
Eppure a Benevento, paradossalmente, è diventata qualcosa che si percepisce fin troppo bene. Nottate insonni, finestre chiuse ed odori nauseabondi. Non il massimo se si considera che quest’estate che ci sta salutando è stata una delle più calde degli ultimi decenni.
Da tempo, infatti, il Comitato San Domenico denuncia i pesanti disagi provocati dai miasmi nell’area di Ponte Valentino, dove il biodigestore presente nella zona industriale è finito al centro delle proteste e delle preoccupazioni dei residenti. Cattivi odori avvertiti soprattutto in determinate fasce orarie e che, a seconda delle condizioni atmosferiche e della direzione dei venti, hanno interessato non soltanto le immediate vicinanze dell’impianto ma anche altre zone della città.
Per chi vive quotidianamente questa situazione non si tratta più soltanto di un odore sgradevole. Il Comitato San Domenico ha ripetutamente sollecitato controlli, verifiche e interventi. Perché quando i miasmi diventano una presenza ricorrente, quando costringono in alcuni momenti persino a chiudere le finestre di casa, il problema investe direttamente la qualità della vita.
E soprattutto genera una domanda inevitabile: che cosa stiamo respirando?
E infine rimane la terra.
La nostra terra. Quella sannita.
Bella e fragile, celebrata continuamente come patrimonio da preservare, ma troppo spesso incapace di conquistare la stessa attenzione quando si tratta di prevenire i problemi. Una terra che in poche settimane ha dovuto fare i conti con incendi, acqua, cattivi odori, dissesto e infrastrutture che mostrano i propri limiti proprio nel momento in cui vengono sottoposte alla prova più difficile.
Forse è proprio questo il quarto elemento che dovrebbe far riflettere più degli altri.
Sul fuoco si può intervenire. L’acqua può essere governata. L’aria può e deve essere monitorata. Per proteggere una terra, però, occorre qualcosa che viene ancora prima: bisogna amarla.
E amare un territorio non significa ricordarsene quando l’emergenza è già esplosa. Significa controllare prima, programmare, fare manutenzione, prevenire. Significa pretendere che chi governa, a qualunque livello, non consideri il Sannio una periferia geografica da riscoprire soltanto davanti alle emergenze o durante le campagne elettorali, ma una terra alla quale destinare attenzione, risorse e responsabilità.
Fuoco, acqua, aria, terra.
Sono i quattro elementi attraverso i quali si potrebbe raccontare l’estate sannita del 2026.
I primi tre ci hanno mostrato, ancora una volta, tutta la nostra vulnerabilità.
Il quarto è quello che li contiene tutti.
È la nostra terra. Ed è quella che rischiamo di perdere se non impariamo, finalmente, ad amarla e a difenderla un po’ di più.


















