“Lì dove c’era l’erba ora c’è una città», cantava Adriano Celentano. Al Comune di Avellino si preferisce una versione un po’ più pragmatica e decisamente più edile: lì dove c’era una porta, oggi c’è un muro. Un bel tramezzo fresco di stucco, alzato per una priorità improcrastinabile della cosa pubblica: garantire ad un Assessore spazi adeguati e il giusto distanziamento tattico e un perimetro degno della sua regalità.
Il problema, a quanto pare, era la gestione dei flussi. Trotterellavano troppi cittadini a caccia di risposte, troppi utenti in cerca di “udienza” – perché chiamarlo semplice appuntamento fa ormai troppo poco XVI secolo. E così, per arginare la calca e regalare all’esponente della giunta qualche metro quadro in più in cui far decantare l’ispirazione poetica, si è presa la decisione più logica: murare tutto. E creare spazi anche per, si spiffera nei corrodoi della Casa comunale, per alcuni dipendenti.
Così,però
riducendo ulteriormente spazi già decimati per gli altri colleghi assessori, che ormai rischiano il turno di guardia anche solo per sedersi alla scrivania.
Il bello viene dai corsi e ricorsi storici. Chi ha memoria di questi corridoi – o chi semplicemente guarda le foto del passato – stenta a credere ai propri occhi. Dove oggi regna in solitaria un unico amministratore, un tempo lavoravano – contemporaneamente e senza soffocare – ben due figure istituzionali: un Vice Sindaco e un Assessore. Stessi metri quadri, doppia operatività. Oggi no: la densità abitativa dell’esecutivo è crollata e il tasso di metri quadri per singolo assessore ha raggiunto vette da attico a Manhattan.
Il tutto condito da una surreale cornice di corridoio: una fila di “reucci” in terracotta e materiali vari, reperti ed eredità dell’estate cittadina appena conclusa, lasciati lì a fare la guardia al varco ormai sigillato. Sembra quasi un esercito di terracotta in miniatura a difesa del sovrano culturale.
Su eventuali permessi che non abbiamo dubbi siano stati chiesti e assolti, riguardo alle cifre, ovviamente, il dibattito è aperto. Quanto sarà mai costato questo restyling? Cinquemila euro? Mille? Diecimila? “Spiccioli”, dirà qualcuno. La causa del resto è di quelle importanti. Certo, spiccioli. Fa solo un po’ sorridere (o storcere il naso) il tempismo: da mesi si recita il rosario del risparmio ad ogni costo, della tenuta dei conti sul filo del rasoio e delle casse comunali irrimediabilmente all’asciutto – giustificazione regina per un cartellone estivo tenuto “a stecchetto”.
Eppure, quando si tratta di alzare muri per non sentire il brusio dell’utenza e allargare il proprio feudo, i fondi – si sa – saltano sempre fuori. C’è chi la cultura la fa aprire, e chi preferisce murare. L’importante è che la porta sia chiusa: per le udienze, ripassare al prossimo mandato.
E a proposito di porte chiuse, restano “sbarrate” per eventi promossi dal Comune di Avellino quelle dell’ex Eliseo, del Teatro Carlo Gesualdo, del Palazzo della cultura, piuttosto che dell’ex Dogana. Estate a parte.
Così è, se vi pare.




















