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Autotrasportatori che bloccano le arterie stradali per il “caro gasolio” paralizzando l’intero Mezzogiorno, città in affanno per garantire i servizi pubblici minimi, scuole e università occupate, manifestazioni spontanee contro il caro vita, proteste e cortei in tutta Italia con gravi tafferugli sfociati in guerriglia a Torino, Milano e Bologna. E qualche settimana prima, rivolte a Parigi, Madrid e Berlino. È un “vento di popolo” che soffia e incendia le piazze d’Europa. Che cosa sta accadendo? Anteprima24 l’ha chiesto al professor Giuseppe Errico, psicologo sociale, ricercatore e antropologo trasformazionale, per fornirci un quadro interpretativo.

«Ci stiamo sorprendendo di ciò che sta accadendo e della velocità con cui avviene perché non abbiamo più guardato in faccia la realtà — uso un termine husserliano, filosofico: la realtà si manifesta alla coscienza. E noi non siamo andati incontro alle cose; cioè non abbiamo voluto vedere che tutto quello che si sta muovendo nel sociale alla fine rischia di tornarci contro. Ed è esattamente quello che sta succedendo. La stessa cosa accadrà tra qualche anno con l’intelligenza artificiale, che noi decantiamo ed elogiamo, ma che resta gestita da privati».

Il professor Giuseppe Errico parla anche della spontanea aggregazione delle masse: «C’è una partecipazione di natura ibrida: la mobilitazione è mediata dai social attraverso piattaforme online come Facebook, Instagram, TikTok e servizi di messaggistica come WhatsApp e Telegram, collegati all’intelligenza artificiale — spiega —. Siamo di fronte a uno scenario totalmente nuovo, con i follower-seguaci che diventano protagonisti ed entrano in un processo organizzativo dalle imprevedibili reazioni. Non deve neppure meravigliare la partecipazione inedita della fascia adolescenziale, che va dai 12 ai 16 anni, perché questi ragazzi non sono più assimilabili alle vecchie categorie d’età: la loro mente e la loro maturità sono simili a quelle di un ventiduenne. L’elemento sociale e la reazione chiave sono caratterizzati dallo stupore. Siamo tutti stupiti perché non abbiamo tenuto in conto il fatto che oggi i movimenti sono autonomi: non sono più disciplinati né canalizzati attraverso i partiti di rappresentanza, che hanno ormai abdicato alla loro funzione costituzionale. Essendo autonomi, non li vediamo arrivare e ce li troviamo dinanzi perché non abbiamo voluto affrontarne le cause, non abbiamo voluto vedere».

Insomma, pare di capire che viviamo senza comprendere dove e come viviamo.

«Siamo in uno scenario mondiale in totale cambiamento; la realtà sta spazzando via i vecchi sistemi e i vecchi modi di pensare – evidenzia il professor Giuseppe Errico –. Non c’è la certezza del futuro: come dicono i sociologi francesi, non abbiamo di fronte un “futuro-promessa”, ma un “futuro-minaccia”. La nostra precarietà, la nostra ansia e la nostra angoscia sono legate per quasi il 60% a questa epoca che subiamo».

«Questo è lo scenario, il contesto in cui inserire le crisi che stiamo vivendo in questi giorni – aggiunge –. Ci sono ragioni profonde che portano tante persone, come gli autotrasportatori, ad aggregarsi e a paralizzare l’intero Meridione d’Italia. Il Paese è da tempo spaccato: al Nord ci sono grandi organizzazioni di logistica che hanno la forza di imporre e contrattare i prezzi; al Sud, invece, prevalgono i piccoli imprenditori con uno, due o tre camion, privi di qualsiasi tutela e alla mercé delle grandi organizzazioni e catene commerciali che impongono loro prezzi svantaggiosi. Chiaramente il loro potere contrattuale è pari a zero e, con l’aumento del carburante, non hanno più quel minimo margine operativo: in pratica sono colpiti da costi aziendali insostenibili».

E quindi come se ne esce? «Il conflitto apre due vie fisiologiche – conclude Errico –: l’emersione naturale dal basso di un leader o portavoce che diventa interlocutore per i tavoli politici, oppure la moltiplicazione di piccoli movimenti settoriali. La scelta del Governo di schedare i camionisti indica la volontà di punire più che di comprendere le cause. Quindi si continua a non leggere la realtà vera».