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“Sono contento della sentenza perché, ovviamente, il pronunciamento dei giudici certifica ancora una volta le gravi minacce, le intimidazioni e le azioni criminali che ho subito solo per aver fatto il mio lavoro: raccontare i fatti”.
Sono le parole rilasciate ad Anteprima24 dal giornalista Mimmo Rubio nel commentare la sentenza pronunciata ieri dal giudice Luigi Buono (Sezione Penale, Collegio A, del Tribunale di Napoli Nord), giunta dopo la requisitoria del pm della DDA Giuliano Caputo. La sentenza condanna nuovamente gli imputati a un anno e nove mesi di reclusione (a fronte di una richiesta dell’accusa tra i 4 e i 5 anni).
I fatti risalgono all’agosto del 2018, quando in piena notte fu lanciata una bomba sul balcone dell’abitazione del cronista. Rubio aveva precedentemente denunciato diverse attività illecite della cosca in città ed era da anni impegnato contro la mala politica locale, contribuendo a tre scioglimenti per infiltrazioni e condizionamenti della camorra del Comune di Arzano.
Gli esecutori di quel raid notturno, Carlo Raiano e Antonio De Sio, erano già stati condannati in primo grado con rito abbreviato, dopo aver ammesso le proprie responsabilità e dichiarato di aver agito su ordine del clan. Ad inchiodare i due esponenti della cosca della 167 — il boss Giuseppe Monfregolo e il ras Antonio Alterio — sono state anche le rivelazioni degli ex boss e attuali collaboratori di giustizia Pasquale e Pietro Cristiano. Le loro dichiarazioni hanno contribuito a smantellare il clan, con sviluppi che hanno visto coinvolto e poi condannato anche l’ex comandante della Tenenza dei Carabinieri di Arzano, accusato di essere stato organico alla cosca in cambio di soldi e regalie.


“In questi anni sono stato in un silenzio rispettoso del lavoro degli investigatori e dei magistrati, ma devo registrare con amarezza un clima di isolamento non casuale – evidenzia il giornalista, che vive da anni sotto scorta – pur insieme alla tanta solidarietà e al genuino affetto delle persone che non mi hanno mai fatto mancare il loro sostegno”.
Una sentenza importante che dovrebbe restituire serenità e tranquillità al cronista. “Sì, così dovrebbe essere dopo una nuova condanna dei miei minacciatori – sottolinea Mimmo Rubio – ma purtroppo non è così. Ci sono messaggi torbidi che mi giungono e per questa ragione ho chiesto con urgenza di incontrare il Capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi”.
Quali sono i timori e i motivi che non ti fanno essere sereno?
“Faccio il giornalista da oltre 30 anni e percepisco un’atmosfera negativa e pesante – evidenzia Rubio –. Queste sensazioni le avverti e sai, o meglio hai la certezza, che qualcuno stia tramando. Per questa ragione ho bisogno di chiarire alcuni punti importantissimi, come la permanenza della tutela armata per la mia incolumità”.
Il riferimento è a quanto il giornalista ha vissuto nell’ultimo anno: una situazione di tutela anomala e un clima poco sereno, segnato dalla nota richiesta di revoca della scorta avviata nonostante i processi di mafia ancora in corso — caso che è approdato anche in Parlamento. Alla fine la protezione gli è stata ripristinata.


“Con un tratto di penna, dalla sera alla mattina, mi è stata tolta la scorta: un fatto gravissimo – accusa il cronista –. La catena di solidarietà, la battaglia della Federazione e del sindacato dei giornalisti, ma anche la mobilitazione della società civile hanno fatto ritornare sui propri passi i vertici del Viminale. Tuttavia, c’è sempre il rischio che forze oscure, diciamo note entità, spingano per consumare l’ennesima ritorsione”.
“C’è ancora un terzo troncone giudiziario con tre imputati che all’epoca dei fatti erano minorenni, finiti a processo per le minacce che ho subito dal clan, la cui udienza è prevista a febbraio 2027 – sottolinea Rubio –. Per questo ho deciso di incontrare con la massima urgenza il procuratore Gratteri e il ministro Piantedosi: per manifestare il mio disagio e avere la certezza di essere tutelato dallo Stato”.
E poi conclude con piglio deciso: “La scorta non è mai un privilegio – contrariamente all’accusa rivolta mesi fa al giornalista da un noto parlamentare – per chi denuncia la camorra. Camorra che, come nel caso di specie, viene condannata dalla Giustizia, certificando senza ‘se’ e senza ‘ma’ il valore, la trasparenza e il coraggio di chi si è esposto e ha messo in gioco la propria vita per tutelare la libertà di informazione, la legalità e la comunità”.