In un’intervista intensa concessa a SportWeek (La Gazzetta dello Sport), Raffaele Biancolino si racconta senza filtri, riportando alla luce le radici di una storia che somiglia più a un romanzo popolare che a una carriera calcistica. Cresciuto nel rione Amicizia, tra Capodichino e le sue strade difficili, Biancolino impara presto che il calcio è un privilegio da conquistare. Lavori umili, sacrifici, un campetto di quartiere dove «chi arrivava prima se lo prendeva» e nessuna trafila giovanile nelle grandi squadre: solo talento, fame e ostinazione.
Da ragazzo diventa “Il Pitone”, soprannome nato da uno scherzo con un serpente vero portato nello spogliatoio, un episodio che SportWeek racconta come simbolo perfetto del suo carattere istintivo e imprevedibile. Ma la svolta della sua vita ha un nome solo: Avellino. All’inizio, dice, non c’era nemmeno questo grande amore: «Quando venivo da avversario pioveva sempre e mi chiedevo come facessero». Poi la maglia biancoverde gli entra dentro. Segna 56 gol, vince quattro promozioni e diventa il secondo marcatore della storia del club, più che un centravanti, un simbolo.
Con l’Avellino è una storia fatta di andate e ritorni, quasi un amore tormentato ma eterno. «È come con una fidanzata: puoi litigare o fare una sciocchezza, ma sai dov’è la tua vita, dov’è il tuo cuore». Per questo, anche da giocatore, rinunciò a opportunità migliori pur di rientrare in Irpinia. E quando gli chiedono il rimpianto della carriera, risponde senza esitazioni: «Non aver dato a mio padre la soddisfazione di vedermi in Serie A».
Il passaggio in panchina nasce quasi per caso: da club manager entra nello staff tecnico, prepara relazioni sugli avversari che Novellino usa parola per parola davanti alla squadra. Da lì capisce che l’allenatore è la sua strada. E quando, una notte, la società esonera il tecnico e offre a lui la squadra, Biancolino chiede solo una cosa: «Non voglio fare la velina. Datemi 2-3 partite». Ne basterà una per capire che aveva già in mano il gruppo.
Oggi guida l’Avellino con lo stesso istinto con cui da calciatore andava in porta: diretto, schietto, allergico alle finzioni. «Ai miei dico sempre: non vi farò mai niente che a me abbia fatto male», racconta a SportWeek, ricordando anche come la sua idea di responsabilità verso la gente vada oltre il calcio. Nel 2018, nel centro di Avellino, intervenne per fermare un uomo che stava aggredendo l’ex compagna a martellate: «Quando c’è una persona in difficoltà, non ci penso».
La fede è un altro tratto decisivo: prima e dopo ogni partita bacia il braccialetto della Madonna di Montevergine, sua guida spirituale, alla quale dedicò anche il suo esordio in panchina con un pellegrinaggio al Santuario. Al suo fianco c’è sempre stata Mery, la ragazza che lo fece addirittura smettere a 17 anni pur di non stare lontano da lei, e con cui quest’anno ha festeggiato le nozze d’argento. Due figli studiano a New York, il terzo gioca nelle giovanili biancoverdi da centravanti. Il cerchio che si chiude.
Biancolino è così: un uomo che non si è mai accontentato, che ha sempre scelto l’istinto, il cuore, la pancia. E Avellino, che nelle sue parole torna sempre come una casa, lo ha scelto a sua volta. «Sono orgoglioso di essere napoletano, ma guai a chi tocca Avellino», dice. È la frase che più di tutte spiega perché, per questa piazza, Biancolino non è solo un allenatore. È una bandiera. Una di quelle che resistono a qualsiasi tempesta

















