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Era domenica. L’aria era calda, nonostante le lancette dell’orologio stessero girando verso le otto e trenta di sera. Le strade erano “affollate” da chi rientrava a casa dopo una giornata di mare, piuttosto che da una braciata in montagna in cerca di un pò refrigerio. E c’era anche chi rientrava da una gita fuori porta, come coloro che scelsero come meta domenicale i luoghi religiosi di Pietrelcina che diedero la vita a Padre Pio. Quella sera, però, quaranta persone non tornarono mai più a casa perchè la vita la persero.

Era il 28 luglio del 2013. Sul viadotto Acqualonga dell’autostrada A16, nei pressi di Monteforte Irpino, il tempo si è fermato per sempre in un boato atroce. Un pullman turistico, carico di famiglie, sorrisi, preghiere e ricordi appena vissuti, volò nel vuoto dopo un’immane carambola. Quaranta vite spezzate, interi nuclei familiari spazzati via, una comunità — quella di Pozzuoli e dei comuni flegrei dove risiedevano le vittime — precipitata in un incubo da cui è impossibile svegliarsi davvero.

A tredici anni da quella tragica notte, la ferita di Acqualonga sanguina ancora. Non è solo la memoria di chi non c’è più a pesare come un macigno, ma il ricordo di una ferita inferta da un’incuria ingiustificabile. Quel pullman, senza più freni, trovò sulla sua strada barriere di protezione degradate, corrose dal tempo e dall’assenza di manutenzione, incapaci di trattenere il mezzo e di evitare la tragedia.

Ciò che è seguito è stato un lungo e doloroso cammino nelle aule di tribunale. Un percorso giudiziario segnato dal dolore composto ma a tratti rabbioso dei familiari delle vittime, riuniti nell’associazione Associazione 28 Luglio, che non hanno mai smesso di pretendere la verità. Un iter complesso che ha attraversato diversi gradi di giudizio, portando alla luce le responsabilità della mancata manutenzione delle barriere di sicurezza da parte dei vertici e dei tecnici di Autostrade per l’Italia, oltre che le omissioni legate alla revisione dello stesso veicolo.

Di recente la Corte di Cassazione ha reso irrevocabili le condanne a sei anni di carcere  per l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, e per altri dirigenti di Aspi, per le accuse di disastro colposo e omicidio colposo legate alla mancata manutenzione e al degrado dei tirafondi delle barriere di sicurezza.
Carcere ( nove anni) anche per  Gennaro Lametta, il proprietario del bus, ritenuto responsabile di aver messo in circolazione un mezzo in condizioni meccaniche precarie e privo delle necessarie revision e  per la funzionaria della Motorizzazione.

Oggi, a tredici anni da quell’immane tragedia, le comunità di Monteforte Irpino e Pozzuoli tornano a stringersi in un abbraccio eterno. La memoria non è svanita; si è fatta pietra, preghiera e promessa. Presenti le massime autorità civili e militari, a partire dai primi cittadini di Monteforte Irpino, Fabio Siricio, e di Pozzuoli, Gigi Manzoni

Oggi ad Aqualonga c’è Marianna, 23 anni, superstite della strage che all’epoca aveva dieci anni e fu salvata, tra gli altri, dal  caposquadra dei Vigili del Fuoco di Avellino Emilio Matarazzo, che quella sera la estrasse dalle lamiere diventate una trappola del bus.

Sotto la lapide che sorge sul luogo dello schianto, dove tra le chiome degli alberi si respira ancora un silenzio solenn e i bimbi appongono 40 rose bianchee, mentre chi ha vissuto quella terribile notte del 28 luglio ricorda perfettamente le urla dei familiari delle vittime, gli ultimi gemiti dei corpi devastati dallo schianto, le sirene delle ambulanze che cercavo disperatamente di torvare e salvare vite umane. 

 I volti di quei padri, quelle madri, quei nonni e quei ragazzi sorridono ancora dalle fotografie, protetti dall’amore indefesso dei loro cari e dal rispetto di un’intera nazione.

Ricordare Acqualonga non è solo un atto di devozione verso chi è volato via, dovrebbe essere piuttosto un monito civile che grida con forza il valore della sicurezza, della responsabilità e della vita umana. Perché nessuno debba più uscire per un giorno di festa e non fare mai più ritorno a casa.