A Catania un bambino viene picchiato con un cucchiaio di legno mentre la violenza viene ripresa con un telefonino. A Telese Terme una bambina di appena tre anni avrebbe assistito per anni alle aggressioni, alle minacce e alle umiliazioni subite dalla madre. Due vicende profondamente diverse, ma unite da una domanda: che cosa accade quando proprio gli adulti che dovrebbero rappresentare protezione trasformano la casa nel luogo della paura?
“Il bambino di Catania è vittima diretta della violenza. La bambina di Telese Terme è vittima della violenza assistita. Non esiste, in nessuno dei due casi, un bambino che sia semplicemente spettatore”, afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali. Nel caso di Catania, le immagini mostrano un bambino colpito ripetutamente mentre implora l’adulto di smettere. Una scena registrata con un telefono e successivamente arrivata sui social. Gli ultimi sviluppi investigativi hanno inoltre portato all’adozione di misure nei confronti di entrambi i genitori. A Telese Terme, nel Beneventano, un giovane è invece gravemente indiziato di maltrattamenti nei confronti della compagna: secondo quanto ricostruito dagli investigatori, aggressioni fisiche e verbali, umiliazioni e minacce di morte sarebbero avvenute anche davanti alla figlia di soli tre anni. La donna avrebbe denunciato dopo quattro anni di vessazioni. Restano naturalmente ferme la presunzione di innocenza e le successive verifiche giudiziarie.
“Catania aggiunge un elemento che dovrebbe inquietarci ancora di più: la violenza non soltanto viene esercitata, ma viene filmata. Il telefono, invece di essere utilizzato per chiedere aiuto e interrompere immediatamente quella scena, diventa lo strumento che la registra. È il confine più pericoloso: quando la sofferenza di un bambino rischia di trasformarsi in immagine, in video, in materiale destinato a circolare”.
Per Di Giacomo, “non dobbiamo commettere l’errore di pensare che la bambina di tre anni di Telese abbia subito meno soltanto perché, secondo quanto emerge, non era lei il bersaglio delle aggressioni. Vedere ripetutamente la propria madre minacciata o aggredita significa vivere la violenza dall’interno. La paura della madre diventa anche la paura del bambino; l’imprevedibilità dell’aggressore diventa parte dell’ambiente nel quale cresce”.
“Un bambino impara la famiglia prima ancora di essere capace di definirla. Se nei primi anni di vita vede che chi dice di amare può contemporaneamente umiliare, minacciare o colpire, rischia di ricevere un messaggio devastante: che violenza e relazione affettiva
possano convivere”.
Secondo il criminologo, i due casi impongono anche una riflessione sulla responsabilità degli adulti che circondano il minore: “Quando c’è un bambino, nessun adulto presente può considerarsi pubblico di ciò che sta accadendo. Davanti a una violenza non si filma, non si resta immobili, non si gira lo sguardo: si protegge il minore e si chiede aiuto”.
“Catania e Telese ci ricordano quindi qualcosa di molto semplice che rischiamo di dimenticare: un bambino picchiato è una vittima, ma lo è anche un bambino costretto a vedere. Le ferite non hanno tutte la forma di un livido”.



















