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La violenza, fisica o psicologica, non arriva mai quando la presunta vittima bussa alla porta del centro antiviolenza per chiedere aiuto. E solitamente non arriva mai nel giorno in cui si manifesta alla vittima. La violenza ha radici forti ed una forma, spesso, irriconoscibile. Quando una vittima, nel pieno della disperazione, chiede ad un centro antiviolenza di essere presa in carico, si porta dietro una storia che conosce ed un’altra che scoprirà. Quanto abbia rischiato davvero la vittima lo scopre solo a colloquio con l’equipe del centro. Nel caso della ragazza di Sant’Antonio Abate quella storia invisibile l’abbiamo scoperta intervistando l’avvocato che segue il suo caso. Dall’incoscienza dell’incontro in chat al coraggio della denuncia. Tante sono le riflessioni.

È la 22enne di Sant’Antonio Abate, vittima della notte tra il 2 e il 3 agosto 2026. Con Romolo R., 26 anni di Castellammare, si era conosciuta su Instagram a giugno. L’uomo le propone un incontro, lei accetta pensando a una serata tranquilla. Invece viene portata in una cantina buia di Corso Alcide De Gasperi, appartenuta al nonno di lui, dove resta prigioniera dalle 19 alle mezzanotte e mezza.

Le viene tolto il telefono, la porta sbarrata con un termosifone, le braccia bloccate con travi di legno. Calci, minacce di morte: “Vedi dove sei? Stasera ti uccido”. E poi la richiesta agghiacciante che la ragazza rivelerà agli inquirenti: “Mi ha chiesto di fingermi morta, mi ha detto che per lui era eccitante”. Viene liberata solo dietro la promessa di non parlare. Una promessa che non manterrà: si confida con gli amici, con i familiari e dopo denuncia ai Carabinieri.

Da lì inizia la presa in carico da parte del Centro Antiviolenza dell’Ambito 32 di Gragnano, dove è seguita fin dall’inizio dall’avvocato Marica Langella, che abbiamo incontrato.

“Alle donne non deve spaventare il post denuncia, non sono sole», ci dice l’avvocato. «Le realtà in cui noi lavoriamo vanno avanti grazie ad un gioco di squadra importante. Dal momento della denuncia nessuna ragazza resta sola”.

Una volta entrata in un centro, la vittima incontra prima l’assistente sociale, poi l’avvocato, poi i professionisti per il supporto psicologico. “Il primo obiettivo, dal momento che si entra in un centro antiviolenza, resta la tutela assoluta della ragazza o di colei che denuncia”, ci spiega Langella.

La sua denuncia, ritenuta “chiara, dettagliata e pienamente coerente” dal Procuratore Nunzio Fragliasso, ha fatto scattare le indagini dei Carabinieri di Sant’Antonio Abate, corroborata da referti medici, rilievi fotografici e testimonianze.

Il 14 settembre Romolo R. è stato arrestato, accusato di violenza sessuale, lesioni personali e sequestro di persona pluriaggravati. Dal 30 settembre si trova agli arresti domiciliari.

L’altra storia, quella scritta dal coraggio della vittima, continua. L’amarezza e la consapevolezza che i tempi della giustizia, le opinioni social di chi sa sempre tutto dopo e un eventuale processo non regalano una prospettiva incoraggiante. Eppure ogni volta che si denuncia lo si fa per sé stesse e per la prossima che sarebbe potuta cadere nella stessa trappola. Mentre le scriviamo le storie speriamo di raccontarle nelle scuole a giustizia compiuta.