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La piaga del caporalato ieri e oggi è l’argomento drammatico e crudele di un saggio di Giovanni Ferrarese dal titolo “Il caporalato. Una storia” che, in 252 pagine, ripercorre una parte di una ricerca accademica sul fenomeno, ma offre anche una ricostruzione puntuale dell’evoluzione dello sfruttamento delle braccia di lavoro nel nostro Paese dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Il libro è stato presentato nel corso di incontro voluto dall’Anpi dal presidente di sezione Erminio Fonzo e del presidente provinciale Amerigo Ciervo che si è svolta in via Leonardo Bianchi nella sede della Cgil provinciale.
Il fenomeno, diffuso su tutto il territorio nazionale, è caratterizzato dalla violazione di disposizioni in materia di orario di lavoro, salari, contributi previdenziali, diritti alle ferie, salute e sicurezza sul luogo di lavoro e trattamento dignitoso: questa pratica non appartiene ad un passato più o meno remoto: al contrario, è sempre attuale e lo si può trovare a dimensione diversa, magari nel mondo delle imprese anche quelle della new generazione, ma con le stesse funzioni di sempre; quelle di “mediare” il lavoro ma sempre dalla parte dei padroni. La cosa più drammatica del volume è il collegamento individuato dall’autore tra il caporalato tradizionale a quello dei nostri giorni, nonostante i cambiamenti del mercato del lavoro, e che trova la sua nuova linfa nei processi migratori. Il volume si è basato su materiale d’archivio, ma l’autore si è soffermato sulle evoluzioni delle nuove forme di caporalato. La legge sul caporalato ha fatto fare tantissimi passi in avanti, ma nel volume si citano fatti reali e concreti dello sfruttamento dei rider e dell’operato dei marchi delle case di moda. Il caporalato dunque ha una straordinaria capacità di riprodursi sotto varie tipologie.
Ad aprire la discussione sui contenuti del volume è stato il segretario provinciale della Cgil Luciano Valle che ha spiegato: “In questi anni il caporalato ha cambiato faccia, aspetto e si è evoluto. Si caratterizza dai rider, all’ edilizia, al settore domestico”.
Il segretario ha puntato l’attenzione proprio come il nuovo sistema economico produttivo abbia formato nuove forme di caporalato che si manifesta soprattutto ai danni di quei lavoratori con retribuzioni in alcuni casi inferiori fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva nazionale di lavoro.
Il segretario ha ribadito come il nuovo sistema economico produttivo abbia provocato nuove forme di caporalato.
Vincenzo Esposito della Cgil di Potenza, presente all’evento, ha sottolineato: “Questo è un saggio corposo che affronta dinamiche diverse. Infatti, non viene citata solo la pratica del lavoro sotto il controllo digitale – tipico del food delivery – ma anche le nuove modalità di fare impresa per ottenere profitti perdendo il diritto prioritario della sicurezza”.
L’autore Ferrarese, prendendo la parola, ha quindi sottolineato: “Il caporalato ha una dimensione strutturale e in alcuni mercati del lavoro ha in realtà storicamente radicato penso all’agricoltura e all’edilizia”
Passi in avanti dal punto di vista legislativa sono stati effettuati, ha riconosciuto l’autore che ha spiegato: “La legge ha portato i suoi effetti dal 2016 in poi nel far emergere ipotesi di reato non solo nel comparto agricolo, ma questo non può bastare. Non possiamo accontentarci del solo dispositivo di legge. Occorre creare servizi e paradigma culturale sani. Il caporalato non danneggia il lavoratore ma danneggia anche l’azienda che concorre realmente nel mondo del lavoro “.