Tempo di lettura: 2 minuti

Per anni Chiara, giovane donna dell’area beneventana, ha convissuto con un dolore che sembrava non lasciarle tregua. Un percorso segnato dal bullismo, dall’anoressia e da un disturbo borderline di personalità che le aveva imposto confini rigidi e terapie complesse. Ma oggi Chiara racconta un’altra storia: una storia di rinascita, di equilibrio ritrovato e di vita possibile, anche dopo anni difficili.

«Non è vero che non si può convivere con un disturbo mentale», spiega con lucidità. «Non è vero che gli psicofarmaci sono una condanna: sono stati un aiuto, finché ne ho bisogno». E proprio da poco Chiara ha raggiunto una tappa che per lei ha il sapore della liberazione: dopo sette anni ha smesso il Litio, un farmaco che richiedeva controlli costanti, analisi del sangue settimanali e una grande disciplina.

Una scelta maturata lentamente, con la supervisione della sua psichiatra e grazie al sostegno di una persona che oggi considera fondamentale nella sua vita: G.M., che l’ha accompagnata in ogni fase del percorso. «Dove nessuno aveva avuto il coraggio di intervenire, lei ha avuto la forza di non farmi sentire sola», racconta Chiara.

Il ruolo della specialista che la segue ad Airola si è rivelato decisivo. Una professionista che Chiara descrive come «competente, presente, mai superficiale». Una dottoressa capace di costruire con lei un percorso calibrato, di somministrare farmaci solo quando realmente necessari e di accompagnarla gradualmente verso l’autonomia terapeutica.

Oggi Chiara vive una quotidianità più stabile, con psicofarmaci più gradiati e senza la paura che per anni l’aveva limitata. «Il disturbo non mi impedisce più di essere me stessa», afferma. «Ho imparato che non sono definita dalla mia diagnosi: sono molto di più».

La sua storia diventa così un messaggio potente per chi ancora lotta: la salute mentale non è una condanna, e la cura — quella vera, attenta e rispettosa — può cambiare il destino di una persona.