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Nel panorama contemporaneo della critica storico-artistica, l’opera di Ferdinando Creta si staglia come un’autentica epifania ermeneutica, un presidio intellettuale che affronta il tema della sparizione non come mero dato cronachistico, ma come densa questione ontologica.

Il suo saggio, “Memoria Sacra e Fratture Urbane. La Chiesa di San Giacomo Apostolo di Puglianello”, trascende la contingenza della monografia locale per assurgere a trattato sulla persistenza dello spirito nei luoghi. Al centro della speculazione si colloca l’evento traumatico della demolizione, avvenuta nel 1976, di un fulcro cultuale ed esistenziale; un episodio che l’autore non analizza come una semplice rimozione edilizia, bensì come una lacerazione profonda del tessuto semiotico di una comunità, una frattura che ha rischiato di condannare all’afasia identitaria un intero corpo sociale.

Muovendo dal presupposto speculativo secondo cui la lingua è la “dimora originaria dell’essere”, l’architettura sacra si rivela quale condensazione plastica di questo abitare. La chiesa sommersa della memoria di Puglianello non era, pertanto, una mera configurazione di volumi lapidei, ma un compendio di “lemmi” visivi, un “alfabeto sacro” attraverso il quale il popolo declinava la propria trascendenza e la propria immanenza storica.

L’estinzione fisica di tale baricentro ha generato una pericolosa “faglia semantica” nel paesaggio urbano, minacciando di sostituire i segni densi della memoria con la desolata neutralità del non-luogo amministrativo. Di fronte al rischio che i concetti di riqualificazione e modernizzazione si tramutino in simulacri vacui – significanti arbitrariamente privati del loro originario significato emotivo e storico –, l’indagine di Creta si pone come un atto di “resistenza ermeneutica”. Laddove la storia materiale ha bruscamente interrotto una frase collettiva, l’acribia filologica del ricercatore interviene per riannodare il nesso sintattico, restituendo alla comunità i vettori semantici necessari per riappropriarsi del proprio destino culturale.

Il magistero scientifico dell’opera si compie attraverso un rigoroso ed esaustivo scavo d’archivio, condotto con la precisione di un referto autoptico applicato alle stratificazioni del tempo. La consultazione della Platea e degli inventari dell’Archivio Vescovile non si risolve in una sterile esumazione documentaria, ma si configura come una vera e propria eziologia del patrimonio.

Creta seziona e cataloga con perizia scientifica i frammenti di un discorso interrotto: le antiche tele intrise d’un ideale “barocco rurale” capace di farsi carne e devozione, la pala d’altare settecentesche sovrastata da un illuminante claristorio, le sculture lignee e le suppellettili liturgiche vengono sottratte all’entropia del silenzio.

Ogni reperto, sia esso attestato da una sbiadita testimonianza fotografica o da una menzione inventariale, viene ricollocato nella sua legittima costellazione di senso, ricostruendo l’ordito di una vicenda secolare che ha saputo resistere alle piaghe della peste e alle spaventose convulsioni telluriche del 1688 e del 1702.

L’esito di questa rigorosa operazione di catalogazione e di esegesi delle fonti primarie non è un passivo esercizio di nostalgia, bensì un manifesto programmatico sulla responsabilità etica della tutela. La catalogazione sistematica dell’assente diviene lo strumento speculativo per eccellenza per convertire la perdita in valore e la frattura in continuità.

Pare che la terra di Creta abbia accolto e custodito il solco profondo impresso da Esiodo nella sua Teogonia — cantore augusto della stirpe immortale e sempiterna, e vate d’Ascra —, il quale tempera il nome di Lēsmosynē (l’oblio) quale consapevole e speculare antitesi a Mnēmosýnē (la memoria). In merito a ciò, il magistero di Karl Kerényi ammonisce a non discernere codeste polarità quali entità scisse o inconciliabili, bensì quale duplice volto, recto e verso, di una medesima e sola potenza.

Tale dialettica esiodea, indissolubilmente sospesa tra la conservazione e il dissolvimento, dischiude una luminosa chiave ermeneutica per ridefinire i supremi concetti di tutela del patrimonio culturale, di coscienza storica e di riscatto delle ferite urbane, che Creta compie con mirabile prestigio critico.

L’opera di Ferdinando Creta si conclude così con un afflato profondamente beneaugurante: essa dimostra che, se l’edificio visibile può soccombere al piccone e al tempo, la sua essenza fenomenologica, custodita e vivificata dalla ricerca scientifica, resta intangibile.

Questo volume riconsegna al futuro la certezza che le radici di una comunità, quando codificate dal rigore della mente e dall’amore per il patrimonio, non conoscono amnistia né oblio, ma continuano a irradiare la loro luce millenaria sul cammino delle generazioni a venire. Così si consuma il definitivo naufragio d’ogni artificio: un’implacabile fiammata critica che restituisce alla coscienza il nudo, abbagliante primato del Vero.

Libro Ferdinando Creta