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Avere delle ambizioni, avere il coraggio di inseguire le proprie passioni, senza piegarsi alle convenzioni. “E voi avete un sogno? E allora domani prendete un treno e andate dove volete, osate”.
Paolo Crepet arriva sul palco del Festival Filosofico del Sannio e pone al pubblico una domanda senza via d’uscita: come si fa a parlare di libertà mentre, a poche centinaia di chilometri da qui, è in atto una guerra?

“E le guerre non sono solo quelle che fanno rumore. Ce ne sono altre, più silenziose, che lavorano per sottrazione” dice. Una di queste è la progressiva rinuncia al pensiero. Ed è qui che il titolo ‘Il reato di pensare’ diventa diagnosi.

La società appare frammentata, attraversata da una paura sottile e da un bisogno costante di conformarsi. La tecnologia entra in scena come acceleratore di questo processo: “da internet ai social, si costruiscono spazi in cui l’identità si misura, si espone, si confronta senza tregua. E a causa di tale andamento cresce una forma di dipendenza che riguarda soprattutto il pensiero: sempre più spesso delegato, semplificato” spiega.

“Più gli altri fanno, più ci si sente sollevati. Fino a cercare risposte anche per ciò che dovrebbe restare imprevedibile – le relazioni, le emozioni – affidandosi a strumenti come l’intelligenza artificiale”.

Ormai “si cerca sempre la perfezione. Piattaforme come Instagram in cui si viene costantemente giudicati con dei like. E ciò alimenta un sistema di confronto continuo”. Ed è così che il modello socio economico costruito da Zuckerberg causa “una fragilità diffusa, soprattutto tra gli adolescenti, schiacciati da immagini, da una bellezza irraggiungibile”.

Oggi la fragilità “sembra un errore da correggere“. Crepet ribalta questa prospettiva: la fragilità diventa materia viva, spazio necessario. E la malinconia viene evocata attraverso la musica – dai The Beatles a David Bowie, fino a The Rolling Stones con ‘Paint It, Black’, dove il nero non è un difetto ma una tonalità dell’esistenza, “grazie a Dio esistono le imperfezioni” afferma.

E ancora i Led Zeppelin e la loro iconica ‘Stairway to heaven’: “La scala verso il paradiso non si compra, la dignità resta fuori mercato. Non tutto ha un prezzo”.

Ed è così che il discorso si sposta sul valore di ciò che si costruisce. In un paese dove una larga parte della ricchezza passa per eredità, “e questa non è una bella notizia” dice, “il bello è ciò che ognuno di noi fa. Le ciliegine sulla torta le può mettere anche qualcun altro ma la torta devi farla te. E se c’è qualcuno che vi vuole aiutare, non permetteteglielo. Tirate fuori le vostre ambizioni, senza di quelle siete morti”.

Ai genitori “dico: non andate a scuola dei vostri figli, non è un posto per voi. Lasciateli sbagliare, sperimentare, inciampare e rialzarsi da soli. Oggi si è sempre più presenti e sempre meno capaci di lasciare andare”.

Crepet chiude il suo incontro al San Marco, dinanzi ad una platea gremita di studenti e non solo, parlando d’amore. “L’amore comodo non ha senso di esistere. Tutto ciò che è comodo è stupido. Quando sei innamorato sei fragile, perché non sai se il giorno dopo ci sarà ancora e se proverai gli stessi sentimenti. Sto dicendo banalità ma in realtà non lo sono se vi innamorate di un chat bot che vi dice solo banalità”.

Crepet richiama Troisi: “Il senso dell amore è riuscire a mancarsi, se nell’amore non ci si manca, è un calesse. Non vale niente… ma che amore è”.