Nel corso di una lunga intervista andata in onda nei giorni scorsi sul canale YouTube di Fanpage, all’interno del format ‘Confidential’, Cristina Pinto, alias Nikita, ex killer e guardaspalle di camorra, ha rievocato un episodio legato alla sua detenzione che chiama in causa il carcere di Benevento e una delle figure femminili più potenti della storia criminale italiana: Rosetta Cutolo, sorella del boss Raffaele Cutolo.
Pinto, cresciuta tra Pianura e il rione Traiano di Napoli, entrò giovanissima nel circuito criminale: aveva appena 16 anni quando iniziò con furti e rapine, prima di essere assorbita stabilmente dalla camorra affiliandosi al clan guidato da Mario Perrella, di cui divenne guardia del corpo e collaboratrice fidata. La sua abilità nell’uso delle armi, in particolare della pistola, le valse il soprannome di Nikita, come la protagonista del celebre film di Luc Besson. Partecipò a numerosi agguati, curò la logistica delle spedizioni punitive e il reperimento delle armi durante una cruenta faida che insanguinò Napoli, con decine di morti ammazzati in pochi anni. Dopo l’arresto, la donna ha scontato oltre 22 anni di carcere, trascorrendo lunghi periodi in alta sicurezza e al 41 bis, senza mai collaborare con la giustizia. Negli ultimi anni ha deciso di raccontare la propria storia, prima nella docu-serie ‘Camorriste’ andata in onda su Sky, poi in un libro autobiografico (Nikita, storia di una camorrista’) e ora nell’intervista a Confidential, format coordinato dal giornalista Francesco Piccinini, dove ricostruisce il suo passato e si sofferma a lungo sugli anni trascorsi in carcere. Ed è proprio parlando della detenzione che emerge il ricordo legato al penitenziario di Benevento, dove Pinto racconta di aver conosciuto Rosetta Cutolo. La sorella del fondatore della Nuova Camorra Organizzata fu la donna che, mentre Raffaele Cutolo era detenuto al 41 bis, gestì non solo gli interessi economici del clan ma anche la sua struttura militare, mantenendo il controllo dell’organizzazione dall’esterno.
“La vedevo dal cortile dei passeggi“, ricorda Pinto che dal 41 bis osservava la donna dalla finestra della sua cella affacciata sul passeggio dei detenuti. È in quel contesto che Rosetta Cutolo, alludendo alla condizione detentiva di Cristina Pinto, le avrebbe rivolto una frase: “Stai come mio fratello al 41 bis”. Nel racconto emerge anche il clima di costante allerta che accompagnava ogni movimento legato alla sorella di Cutolo. “Quando arrivavano pacchi per lei – racconta – nel carcere di Benevento intervenivano gli artificieri. C’era sempre il timore di un attentato, che potesse arrivare una bomba per ucciderla”. Nel corso del format Confidential Cristina Pinto racconta un secondo episodio ambientato nel carcere di Benevento, che riguarda direttamente l’esperienza del 41 bis, regime che l’ex killer definisce “disumano, diseducativo e anticostituzionale”. Pinto ricorda di essere stata una delle prime donne sottoposte al carcere duro, trattata esattamente come i detenuti uomini. Un periodo segnato, secondo il suo racconto, da un profondo isolamento psicologico e umano. “Ho avuto momenti di totale abbandono. Non mi lavavo, fumavo, non volevo sentire nessuno. Il bunker era sempre chiuso”. Una condizione che, col passare del tempo, avrebbe inciso anche sulla percezione della realtà. La donna ricorda in particolare un episodio: era convinta di dover sostenere un colloquio con i familiari, tanto da prepararsi mentalmente all’incontro. In realtà, quel colloquio non era previsto. “La mente non c’era più”, spiega. Fu in quel momento che, secondo il suo racconto, intervenne Marilena Russo, ispettore del carcere di Benevento, che le spiegò che non era il giorno giusto per il colloquio. “Lì ho capito lo stato in cui mi trovavo, ho capito che quella condizione mi stava massacrando”. Un passaggio che l’ex killer cita come uno dei momenti più duri della sua detenzione, preferendo non entrare nei dettagli di ciò che accadde successivamente in cella.



















