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Torre Annunziata, Napoli.
Una pagina di cronaca nera scritta dai clan che tenevano in vita la camorra degli anni Ottanta, quella che sparava in pieno giorno senza pietà. Uccidendo tutti, obiettivi reali ed innocenti insieme.

La stessa pagina di cronaca nera scritta da un giovanissimo cronista de Il Mattino che da quel giorno fino all’ articolo che gli costò la vita decise di fare il suo mestiere indagando, scoprendo ed informando, scrivendo solo la verità. Scomoda. Cruda. Senza interpretazioni.

Il 26 agosto 1984, giorno di Sant’Alessandro, intorno a mezzogiorno, un autobus con la scritta “gita turistica” si ferma in Corso Vittorio Emanuele III, all’angolo con Via Castello.

Non sono turisti. È un commando di circa 15 uomini, con mitra e fucili nascosti in borse da ginnastica. L’obiettivo sono gli uomini del clan di Valentino Gionta, che controllava la zona e frequentava il Circolo dei Pescatori. I mandanti erano i clan rivali di Antonio Bardellino, Carmine Alfieri, Pasquale Galasso e Mario Fabbrocino, per ridimensionare il potere dei Gionta.

Parte una pioggia di proiettili. Otto i morti e sette i feriti, tra cui persone del tutto estranee alla camorra. Tra loro Francesco Fabbrizzi, 54 anni, riconosciuto vittima innocente.

Di quella strage se ne occupò Giancarlo Siani. Con coraggio spiegò che l’arresto di Gionta nel 1985 in territorio dei Nuvoletta fu il “prezzo” per la pace con Bardellino. Una verità vista come offesa all’onore dei clan, un articolo di cronaca che gli costò la vita. Per quel coraggio di raccontare, Giancarlo fu ucciso a soli 26 anni.

La strage di Sant’ Alessandro resta una delle pagine più cruente d’Italia. Da lì non ci fu più ritorno.
La camorra firmava delitti, Siani i suoi articoli e la sua morte.