“L’acqua deve rimanere saldamente pubblica”. Poi arriva Sannio Acque: 55% ai Comuni, 45% ad Acea, socio privato operativo. E soprattutto un affidamento destinato a durare 27 anni.
È su questa apparente contraddizione che il Comune di Ceppaloni apre un nuovo fronte sulla gestione del servizio idrico nel Sannio. Una richiesta di chiarimenti lunga dieci pagine, firmata dal sindaco Claudio Cataudo e dall’assessore delegato Giuseppe Varricchio, indirizzata al presidente della Regione Campania Roberto Fico, all’assessora all’Ambiente Claudia Pecoraro, all’Ente Idrico Campano, ad Alto Calore, a Sannio Acque e ai sindaci sanniti.
Il punto di partenza è il decreto numero 71 del 23 settembre con cui, secondo quanto ricostruito nel documento, Fico ha affidato a Sannio Acque la gestione del servizio idrico dell’intero ambito sannita per 27 anni. La nuova società prevede il 55% delle quote ai Comuni e il 45% ad Acea.
Ma Ceppaloni mette sul tavolo soprattutto i rilievi già formulati dalla Corte dei conti. E qui la questione diventa politica oltre che amministrativa.
Il Comune richiama le osservazioni della magistratura contabile sulla governance della società. Il 55% pubblico sarebbe infatti distribuito tra i Comuni, mentre il socio privato avrebbe da solo il 45%. Secondo la ricostruzione contenuta nella nota, lo statuto prevede inoltre un Amministratore Delegato designato dal socio privato e i patti parasociali attribuirebbero allo stesso socio anche la scelta del Direttore Generale.
Non solo. Ceppaloni richiama quello che la Corte ha definito, secondo il documento, un vero e proprio potere di veto: i patti parasociali prevedono che determinate deliberazioni assembleari passino con il voto favorevole del socio privato. La Corte avrebbe quindi evidenziato la necessità di un coordinamento vincolante tra i soci pubblici, che negli atti esaminati non risulterebbe presente.
Ed è qui che entra direttamente in gioco Fico.
Il documento ricorda che il programma della coalizione che lo ha sostenuto indicava il principio della gestione pubblica dell’intero ciclo delle acque. Richiama inoltre una dichiarazione del presidente del 16 settembre sulla necessità che l’acqua resti “saldamente pubblica”. Sette giorni dopo, sottolinea Ceppaloni, sarebbe arrivato l’affidamento a Sannio Acque.
Una posizione sulla gestione pubblica che la stessa Regione aveva espresso ufficialmente a marzo, quando aveva ritirato in autotutela la procedura per la selezione del socio privato della costituenda Gric. In quell’occasione Fico dichiarò: “Sono convinto che la gestione di una risorsa preziosa come l’acqua debba essere in mani pubbliche”.
Da qui la prima delle 15 domande contenute nella lettera: Ceppaloni chiede al presidente della Regione di spiegare perché il modello misto sia stato ritenuto compatibile con la gestione pubblica dell’acqua sannita e con il programma elettorale. A Regione ed EIC viene invece richiesto un prospetto che chiarisca, punto per punto, come siano stati affrontati i rilievi della Corte dei conti su governance, rischio, riserve targate, sostenibilità finanziaria, aiuti di Stato e consultazione dei cittadini.
C’è poi il capitolo economico. Il Piano economico finanziario richiamato nella nota prevede 260,2 milioni di euro di investimenti in 27 anni, che il documento indica come coperti dalla tariffa. Al gestore uscente Gesesa sarebbero riconosciuti oltre 41,3 milioni di euro di valore residuo, mentre ad Alto Calore 5,86 milioni.
Particolarmente delicata è poi la questione delle cosiddette “riserve targate”. Secondo quanto riportato da Ceppaloni sulla base dei rilievi della Corte, lo statuto prevede un meccanismo attraverso il quale le perdite della società possono essere coperte utilizzando riserve riferite ai singoli soci. Se insufficienti, il socio sarebbe chiamato a ricostituirle. Il rischio evidenziato è quindi quello di ulteriori esborsi per i Comuni oltre alla quota iniziale di capitale.
E poi c’è il caos del passaggio da Alto Calore a Sannio Acque.
Secondo la nota, il 24 settembre Alto Calore avrebbe chiesto ai 31 Comuni sanniti interessati la documentazione sulle reti fognarie e sugli impianti di depurazione per predisporne il passaggio. Quattro giorni dopo, però, l’Ente Idrico Campano avrebbe sostenuto che Alto Calore non avesse titolo per chiedere quel trasferimento e che il passaggio dovesse avvenire verso il nuovo gestore.
Due indicazioni diverse nel giro di quattro giorni.
E manca, sostiene Ceppaloni, anche un cronoprogramma preciso del subentro. Nel documento si sottolinea inoltre che la data del 1° gennaio 2027, circolata sulla stampa, non troverebbe riscontro negli atti citati.
Il Comune chiede quindi di sapere chi gestirà fognature e depurazione durante la transizione, quando partirà effettivamente Sannio Acque, cosa accadrà al personale di Alto Calore e come verrà gestito il passaggio delle utenze. Tra le questioni sollevate c’è anche il rischio che le famiglie possano trovarsi nello stesso periodo con le bollette di chiusura e i conguagli di Alto Calore e le prime fatture del nuovo gestore. Per questo vengono chieste letture dei contatori al momento del passaggio, informazione preventiva, rateizzazione dei conguagli e chiarezza su depositi cauzionali e bonus sociale idrico.
Resta infine la domanda forse più pesante per i 78 municipi sanniti: cosa succede se un Comune decide di non aderire a Sannio Acque?
Ceppaloni chiede se, in virtù dell’unicità della gestione, il servizio sarà comunque affidato alla nuova società anche senza la partecipazione del Comune al capitale; se Alto Calore potrà continuare temporaneamente a gestirlo; oppure se la Regione ricorrerà ai poteri sostitutivi o alla nomina di un commissario ad acta.
La conclusione della nota è un messaggio diretto agli altri sindaci.
Ceppaloni invita quelli serviti da Alto Calore a pretendere risposte prima di qualsiasi ulteriore adesione, trasferimento di reti e impianti o dismissione delle quote detenute in Alto Calore. Agli altri Comuni viene chiesto di valutare attentamente convenienza economica e sostenibilità finanziaria dell’operazione. E a tutti viene ricordata la necessità della consultazione pubblica prima di una scelta destinata a vincolare le comunità per 27 anni.
Quindici domande. E, soprattutto, una questione politica che adesso arriva direttamente sul tavolo di Palazzo Santa Lucia: quanto resta realmente pubblico dell’acqua sannita se il socio privato possiede il 45% e, secondo i rilievi richiamati da Ceppaloni, conserva un peso determinante nella governance della società?


















