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A oltre trent’anni da uno dei più sanguinosi episodi della storia mafiosa siciliana, si riapre uno spiraglio giudiziario sulla cosiddetta strage di Gela. Un ergastolano, condannato in via definitiva per quei fatti, ha conferito mandato al penalista Massimo Viscusi, professionista sannita, per presentare istanza di revisione del processo.

Si tratta di una notizia di rilievo nazionale, che riporta l’attenzione su una delle pagine più drammatiche della criminalità organizzata in Italia, ma che assume un particolare interesse anche per il nostro territorio: a seguire il delicato percorso giudiziario sarà infatti un avvocato originario del Sannio, da anni impegnato nella difesa di detenuti sottoposti al regime di 41bis e di condannati all’ergastolo.

La strage del 27 novembre 1990

La strage, passata alla cronaca come “strage della sala giochi”, si consumò la sera del 27 novembre 1990 a Gela, in provincia di Caltanissetta. Una serie di quattro agguati coordinati, nel giro di meno di venti minuti, sconvolse la città causando la morte di otto persone e il ferimento di altre sette. Il primo agguato scattò intorno alle 19 in una sala giochi del centrale Corso Vittorio Emanuele: due giovani vennero assassinati all’interno del locale e altri sei rimasero feriti; un terzo ragazzo, in fuga, fu raggiunto dai colpi e morì sul marciapiede opposto. Le vittime appartenevano a una banda di baby-estortori legata alla cosca di Giuseppe “Piddu” Madonia. Pochi minuti dopo, mentre carabinieri e ambulanze intervenivano sul primo teatro dell’eccidio, un secondo commando entrò in azione in via Tevere, nei pressi di via Venezia. Davanti a una baracca di frutta e ortaggi, riconducibile ai fratelli Domicoli, furono uccise tre persone e cinque rimasero ferite. Tra i caduti anche due incensurati, trovatisi sul posto per caso. Tra le 19:15 e le 19:18 si consumarono il terzo e il quarto agguato: una vittima fu assassinata davanti a una macelleria in via Venezia; un’altra, incensurata, venne colpita in via V25, nei pressi della via Butera, a poca distanza dal cimitero monumentale. Un’azione di stampo mafioso pianificata nei dettagli, che segnò profondamente la comunità gelese.

La condanna definitiva e il nuovo mandato

L’ergastolano che oggi chiede la revisione del processo è detenuto ininterrottamente dal 1990. La sentenza di condanna è divenuta definitiva nel 1993. Attualmente è recluso nel carcere di Parma e non è più sottoposto al regime del 41bis. All’epoca, fu indicato come uno dei responsabili del massacro da testimoni oculari e da collaboratori di giustizia, nell’ambito del nuovo impianto normativo introdotto nei primi anni ’90 – in particolare la legge n. 82 del 15 marzo 1991, poi riformata dalla legge 45/2001 – che rafforzò il sistema premiale e la disciplina dei pentiti. Ora, a distanza di decenni, la difesa intende percorrere la strada della revisione, istituto previsto dall’ordinamento per far emergere eventuali nuovi elementi o prove non valutate nei precedenti gradi di giudizio.

A rappresentare il detenuto sarà l’avvocato Massimo Viscusi: il legale sannita si troverà al centro di un procedimento che potrebbe riportare sotto i riflettori nazionali una delle più gravi stragi mafiose degli anni ’90. L’eventuale richiesta di revisione dovrà ora essere valutata dalla Corte competente. Solo l’ammissibilità dell’istanza potrà aprire un nuovo capitolo giudiziario su una vicenda che, a oltre trent’anni di distanza, continua a rappresentare una ferita aperta nella memoria collettiva.