C’è un mondo parallelo, due entità, squadra e spettatori, che viaggiano separate senza mai incontrarsi ed è un peccato dover scrivere nuovamente qualcosa del genere in un torneo che si sta rivelando esaltante con un finale tutto da godersi, in barba a scaramanzie e altro.
Ma quest’anno, se esiste una pecca nella stagione del Benevento, è quella del pubblico e ci dispiace assolutamente. Ovviamente non facciamo di un’erba un fascio, ieri il rituale squadra-tifosi si è ripetuto e per la maggior parte la strega resta la compagna di vita. La maggior parte, però, non tutti. Per lo zoccolo duro, quelli di sempre, la storia d’amore va al di là dei risultati.
Sentire qualche fischio dopo il pareggio contro il Cosenza, la terza forza del campionato, lascia perplessi, non vedere lo stadio pieno a cinque dalla fine ha lo stesso effetto e non si venga a parlare di bacino. Una provincia con 250mila abitanti ha un bacino tale da poterne portare almeno 10mila allo stadio.
E’ deludente considerare la corsa al tagliando del sabato, prima di Latina – Catania e la cinquantina di tagliandi strappati la domenica dopo la vittoria degli etnei con conseguente impossibilità di fare la festa.
E allora a questo punto conviene dire le cose in faccia senza tanti giri di parole perchè forse è il caso che qualcuno cominci a guardare la realtà per quella che è. Calcisticamente parlando, il Benevento ha una storia che sfiora i cento anni ma se badiamo alla concretezza ha ottenuto più promozioni in A, due, che in B, una. Tre anni su 97 di gloria non possono consentire di poter parlare di blasone calcistico, il blasone è altro, serve a riempirsi la bocca in un gioco di campanili.
Benevento resta la squadra delle trasferte a Isola Liri, a Melfi, a Calitri, sulla terra battuta di Canosa, a Vasto, nel campo dei poliziotti penitenziari di Astrea, quello della colletta per l’iscrizione ogni maledetto anno, quello dei panni che i giocatori si dovevano portare a casa per lavarseli e poter giocare. Insomma è sempre stato questo il contesto.
Quella città in cui se chiedi a 10mila persone quanti di loro erano presenti al famosissimo Benevento – Solofra del 29 aprile del 1990, campionato Interregionale, tutti diranno di esserci stati, ma alla fine, ce n’erano solo 68 ma in 10mila diranno “io posso parlare perchè c’ero”. Mistero della fede, la moltiplicazione dei palloni e degli spettatori.
In tanti hanno pensato di essere entrati nell’elite del calcio italiano, e che la Serie B sia diventata la normalità, anticamera, quasi una concessione dovuta perchè è la A che Benevento merita. Ma non è così e questo è un dato di fatto.
E sulle reazioni dei social neanche ne parliamo, quella è una tribuna che può dare voce a tutti e permettere di dire quello che si pensa ma spesso non si pensa a quello che si dice. Un disfattismo generale, un clima strano e difficilmente spiegabile, una pioggia di frasi fatte e conclusioni. Una delle più gettonate?
“Con questa squadra dove vogliamo andare in B”. Può essere vero o falso, ma intanto cominciamo ad andarci e poi ne riparliamo.
Un mondo, quello virtuale che viaggia in una dimensione diversa. Se un alieno arrivasse a Benevento e volesse interessarsi di cosa sta facendo la squadra di calcio, gli basterebbe leggere i commenti e capire che la strega sta vivacchiando, tra giocatori svogliati, errori marchiani e gente che non può giocare a pallone. Poi aprirebbe il televideo e vedrebbe che è prima per distacco. L’occasione per ritornarsene a Marte con un ghigno beffardo e pensare a “quanto sono strani questi umani”.



















