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di Tracy Di Piro

Il prestigioso festival “Venezia a Napoli”, giunto alla sua quindicesima edizione, è approdato al teatro Ricciardi di Capua con un imperdibile appuntamento per gli amanti del cinema. Dalle ore 20.30 è stato proiettato il film “Elisa” di Leonardo Di Costanzo, presentato in concorso ufficiale alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film è tratto liberamente dal libro di Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali “Io voleva ucciderla” e si ispira alle vicende di Stefania Bertani, con cui Di Costanzo, come lui stesso ha raccontato, ha avuto un incontro al carcere di San Vittore. Ciononostante, il regista ha sottolineato come la sua opera voglia essere una creatura autonoma e indipendente dai fatti che lo hanno ispirato. È il racconto distaccato, senza intenti apologetici, freddo come i paesaggi in cui è ambientato (tra l’Italia e la Svizzera) di una donna, Elisa, e la sua colpa. Apparentemente senza una vera ragione uccide la sorella e ne brucia il cadavere ed è, per questo motivo, condannata a scontare la pena in carcere. Al centro del racconto l’incontro di Elisa con il criminologo Alaoui che è interessato a scavare nell’animo di chi “come lei” è in grado di commettere delitti così efferati. Tra gli interpreti, una grandiosa Barbara Ronchi nei panni della protagonista, Elisa, Roschdy Zem e Valeria Golino. In seguito alla proiezione del film, il regista Leonardo di Costanzo (già autore de “L’intervallo”, “L’intruso” e “Ariaferma”) e lo scenografo Luca Servino hanno offerto al pubblico in sala un interessante momento di dibattito sulle tematiche affrontate nel film. Al centro i temi della colpa e del perdono, cari al regista, soprattutto per l’impatto sociale che questi hanno. Infatti, come è stato sottolineato, la colpa e il perdono non riguardano mai solo chi commette delitti e chi li subisce, ma coinvolgono l’intera società e ancora oggi non smettono di interrogare la giurisprudenza: cosa bisogna fare contro criminali spietati? Giustizia vuol dire davvero chiuderli in galera e buttare le chiavi? Forse, come dice lo stesso criminologo, per conoscere il male bisogna avere il coraggio di guardarlo in faccia. A riequilibrare il messaggio del film, emotivamente parlando, è però il personaggio di Valeria Golino, una madre a cui stato barbaramente ucciso il figlio e che non riesce a perdonare i suoi assassini. Come suggerisce il regista, è il personaggio che fa da contraltare a quello della protagonista e quello con cui lo spettatore può più facilmente immedesimarsi. Infatti, il racconto della storia di Elisa, nelle intenzioni del regista, non è sentimentale né mira alla compassione dello spettatore, ma è una vivisezione della colpa e del dolore, un’indagine psicologica, e non solo, delle sfaccettature più pericolose e disturbanti dell’animo umano. Insomma, è un film che porta lo spettatore a riflettere e a porsi domande, come solo il buon cinema sa fare.