Pesante scambio di accuse tra Comandanti della Penitenziaria imputati nel maxi-processo – 105 gli imputati – per le violenze commesse dagli agenti nei confronti dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile del 2020, in pieno lockdown per il Covid.
Uno scontro sulla paternità della perquisizione poi degenerata e sulla connessa responsabilità per le violenze poi effettivamente avvenute che è deflagrato durante le arringhe tenute davanti alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere dai difensori di Gaetano Manganelli, all’epoca dei fatti Comandante della polizia penitenziaria nel carcere casertano (attualmente Comandante al carcere di Salerno), e Pasquale Colucci, nell’aprile 2020 Comandante del Gruppo di Supporto intervenuto nel carcere di Santa Maria con agenti penitenziari esterni provenienti dagli istituti di Secondigliano e Avellino; entrambi imputati per reati come la tortura, il depistaggio, la morte del detenuto Hakimi Lamine (avvenuta nel reparto di isolamento del carcere un mese dopo i pestaggi), e per i quali la Procura – pm Alessandro Milita, Alessandra Pinto e Daniela Pannone – ha chiesto pene pesanti, 21 anni per Colucci, 14 per Manganelli.
Per i difensori di Manganelli, gli avvocati Edoardo Razzino e Giuseppe Stellato, la decisione della perquisizione sarebbe ascrivibile esclusivamente a Colucci e all’allora provveditore campano alle carceri Antonio Fullone (imputato per cui la Procura ha chiesto), che l’avrebbe disposta per ristabilire l’ordine dopo che la sera prima, il 5 aprile, i detenuti di due sezioni del reparto Nilo avevano protestato per la positività al Covid di un recluso. “La perquisizione fu decisa da Fullone durante una riunione tenuta la mattina del sei aprile a Napoli al provveditorato con Colucci”; i legali ricordano che la sera del 5, a protesta esaurita, vi fu un sopralluogo nel carcere di Colucci con la Commissaria Costanzo (imputata), all’insaputa di Manganelli, ed è lì che a loro parere ci sarebbe stato l’accordo per la perquisizione del giorno dopo.
Tutto falso per gli avvocati Carlo De Benedictis e Domenico Scarpone, legali di Colucci, secondo cui la perquisizione sarebbe stata invece disposta da Fullone su sollecitazione di Manganelli, che “già da marzo descriveva a Fullone una situazione di sicurezza grave”, e che la sera del 5 avrebbe “ceduto al ricatto dei detenuti”, che volevano “ottenere un indulto mascherato”, tanto che la mattina del 6 scrisse a Fullone che la situazione era ancora critica, provocando la perquisizione. Lo stesso Colucci – rilevano i suoi legali – alle 13.47 del sei aprile, in un messaggio chiedeva “ma la perquisizione si fa?”.



















