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Ci fu una mancata comprensione o sottovalutazione di quanto accaduto il 6 aprile 2020 al carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) da parte dei vertici di allora del provveditorato campano.
 
Nè dà conto l’ex comandante del Nucleo Investigativo Regionale della Polizia Penitenziaria (Nir) Francesca Acerra, esaminata in qualità di imputato nel maxi-processo davanti alla Corte di Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere che si sta tenendo all’aula bunker annessa al carcere casertano.   
 
Acerra, che risponde di favoreggiamento personale, falso, frode processuale e omessa denuncia di reato, non era presente alla perquisizione poi degenerata in pestaggi ai danni di 300 detenuti, ma ebbe una delega ad indagare da parte della Procura di Santa Maria Capua Vetere il successivo 17 aprile.
 
“Dopo i fatti del 6 aprile – racconta, rispondendo alle domande del pm Alessandro Milita – iniziarono ad arrivare le denunce, ma Fullone (allora provveditore campano alle carceri, imputato nel processo) mi riferì di aver saputo da Colucci (imputato, allora Comandante del Gruppo di Supporto che intervenne nel carcere con decine di agenti esterni) che si trattava di denunce calunniose da parte di detenuti. Lo stesso Colucci mi riferì anche a voce che in sua presenza non si era verificato assolutamente nulla di ciò che era stato denunciato, e che se qualcosa si era verificato si trattava di detenuti che avevano fatto resistenza ed erano stati trasferiti al reparto Danubio, nei cui confronti erano state operate azioni di contenimento. Lo stesso Colucci peraltro riferì di essere arrivato al carcere di Santa Maria Capua Vetere dopo che i detenuti erano stati trasferiti al Danubio”.   
 
“Lei dunque non era preoccupata dalle denunce che venivano presentate, da quanto stava uscendo sui fatti del 6 aprile e anche dopo che ebbe la delega di indagine? chiede il pm. “No, perchè la delega riguardava la raccolta di documenti interni relativi agli agenti del Gruppo di Supporto che erano intervenuti – ha risposto –
 
Negli atti si parlava poi solo dei detenuti facinorosi trasferiti al Danubio, non ho avuto contezza dell’ampiezza della perquisizione nei primi mesi dopo i fatti, e ciò anche perchè non ero stata presente all’operazione, mentre c’erano i vertici del carcere presenti e altri organi titolati ad inviare le informative in Procura. Per questo non ho inviato alcuna informativa”. Il presidente Picciotti chiede se tale comportamento sia stato opportuno o meno, visto che l’Acerra guidava la sezione investigativa delle penitenziaria, quella che si occupa delle indagini giudiziarie. “In quel periodo non c’era un contesto di normalità, eravamo in emergenza essendoci il Covid”, ha spiegato.   
 
Una ricostruzione, quella fatta dall’Acerra, contestata fortemente dalla Procura, secondo cui il provveditorato erano consapevole della gravità di quanto accaduto ma provò a depistare le indagini; una ricostruzione che si pone comunque sulla stessa falsariga dell’esame tenuto nelle scorse udienze dall’allora provveditore Antonio Fullone, che aveva ammesso di aver disposto la perquisizione ma di non sapere che decine di agenti del Gruppo di Intervento Operativo guidato da Colucci erano entrati nel carcere casertano con caschi, scudi e manganelli e di non aver saputo delle violenze fin quando la Procura non gli aveva mostrato immagini delle telecamere interne.
 
Nelle scorse udienze è stato sentito anche il poliziotto penitenziario in pensione Angelo Bruno, imputato, finito in carcere per i fatti del 6 aprile 2020, ma poi scarcerato quando si scoprì che era stato riformato dal Corpo per motivi di salute, circostanza di cui nè il Gip nè la Procura erano venuti a conoscenza. Bruno ha poi ricordato in aula l’episodio che lo fece finire in cella, relativo ad un detenuto, Ciro Esposito, che fu picchiato dagli agenti con scudi e manganelli, e che lui difese, come emerso dalle immagini delle telecamere interne. “Io e il collega vedemmo Esposito in sala socialità mentre veniva picchiato dagli agenti; cadde a terra, così lo alzammo e lo portammo nella sua cella dove consegnò il cellulare. Poi lo presero altri colleghi per riportarlo giù – ha aggiunto – Sentii che gridava e fermai i colleghi che lo stavano picchiando, mettendomi davanti. Il Brigadiere dei Carabinieri Medici (delegato alle indagini, ndr) scrisse però che io tenevo fermo il detenuto e lo facevo picchiare, quando invece non era vero, perchè era il contrario; ma quegli elementi scritti da Medici mi hanno fatto finire in carcere. E per colpa di questi fatti ho perso degli affetti cari, tra cui quello di mia moglie, che mi ha lasciato”.