C’è la mano della camorra dietro l’attentato sotto casa di Sigfrido Ranucci. Un’ombra pesante, inquietante, che riporta ancora una volta al centro della scena il ruolo della criminalità organizzata quando si colpisce chi fa informazione.
La notte del 16 ottobre qualcuno ha piazzato un ordigno sotto l’auto del giornalista, un gesto che non può essere liquidato come un episodio isolato o improvvisato. È un segnale, un’intimidazione chiara, che parla il linguaggio tipico della violenza organizzata. E oggi, alla luce delle nuove rivelazioni, quel messaggio assume contorni ancora più gravi.
Altro che ipotesi confuse: non era plastico, non era una Panda nera. Ma soprattutto, secondo quanto emerso, chi ha agito sarebbe partito dalla Campania per colpire e poi fare ritorno, seguendo una dinamica che richiama metodi e strutture ben noti. È un fatto che non può lasciare indifferenti: quando la camorra alza il livello dello scontro, significa che qualcuno ha dato fastidio davvero.
E allora la risposta deve essere altrettanto chiara. Nessuna ambiguità, nessuna zona grigia: colpire un giornalista significa colpire il diritto di informare e di sapere. Ed è proprio contro questo che bisogna alzare la voce, senza timori.
La notizia vera è che l’esplosivo intanto non era plastico ma è una gelatina, probabilmente presa in una cava. Gli uomini erano tanti, non uno solo, e venivano dalla Campania: sono arrivati quella sera stessa e sono tornati. Uomini che appartengono alla camorra.
A rilanciare questi elementi è stato Massimo Giletti, che in un’anticipazione del suo programma ha parlato di una “notizia molto importante e delicata”, spiegando che gli autori dell’attentato “appartengono alla camorra” e che sarebbero arrivati dalla Campania per poi tornarvi dopo l’azione. Parole che ora chiedono risposte definitive.

















