Tempo di lettura: 2 minuti

Ci aveva provato l’ amatissimo Papa Francesco. Era il 29 luglio 2013, sul volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro. Alla domanda di un giornalista sulla lobby gay e sulle persone omosessuali, il Pontefice pronunciò la frase che fece il giro del mondo: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”.

Fu un’apertura storica, un messaggio inaspettato di accoglienza e di misericordia. Ma alla sua Chiesa, Francesco dovette poi una precisazione che deluse molti: “l’insegnamento cattolico considera peccaminosi gli atti omosessuali, anche se la persona in sé va accolta e accompagnata con rispetto”.
La rivoluzione culturale all’interno della Chiesa fu così rimandata.

Oggi finalmente la firma don Mimmo Battaglia, senza precisazioni che deludono. Senza distinguo.

Nel giorno del suo decimo anniversario di ordinazione episcopale, celebrato in Duomo, e nel contributo al libro “Persone Transgender” l’arcivescovo di Napoli scrive chiaro: “La Chiesa non si ponga in una posizione di giudizio ma piuttosto accompagni il cammino dei trans. Nessuno è escluso dal cuore di Dio”.

Scomparsi gli atti peccaminosi. Aboliti gli asterischi. Don Mimmo ha il coraggio di vedere la cosa più importante: gli esseri umani.

“Prima delle idee ci sono le persone. Persone da incontrare, da ascoltare, da accompagnare” riferisce quell’ uomo di Chiesa che non ha paura di richiamare la Chiesa ad “aprire davvero alla comunità omosessuale e transgender, perché Dio è amore. Non un consenso facile, ma un ascolto rispettoso, un cammino di tenerezza e cura” tuona da Napoli.

Lo stesso messaggio, poi, lo ha rivolto ai giovani di Sanità, Scampia, Forcella, Quartieri Spagnoli, tutte realtà che don Mimmo ha conosciuto, amato, vissuto: “Non permettete a nessuno di dirvi che siete sbagliati. Non arrendetevi”.