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Zone rosse, ribaltone al Consiglio di Stato. I giudici della terza sezione accolgono il ricorso della Prefettura di Napoli, relativo all’annullamento dei provvedimenti firmati dal prefetto Michele di Bari. Ovvero l’istituzione di varie zone rosse tra città in provincia, in base alla direttiva del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Come noto, si tratta specifiche aree urbane, individuate per motivi di sicurezzi, in cui è vietato l’accesso o la permanenza a persone considerate pericolose, con precedenti penali o responsabili di comportamenti molesti.

In primo grado, il Tar Campania aveva dato ragione ai ricorrenti, alcune associazioni e un paio di consiglieri municipali. Il tribunale amministrativo aveva annullato gli atti del prefetto, ritenendo non sussistenti i presupposti necessari ad esercitare i poteri in materia di provvedimenti urgenti per l’ordine e la sicurezza pubblica. Una delle censure riguardava l’assenza di fatti nuovi sopravvenuti, idonei a giustificare la reiterazione delle ordinanze. Di tutt’altro avviso il Consiglio di Stato, il quale a settembre scorso aveva già sospeso la pronuncia del Tar, in via cautelare. “Il Collegio ritiene che – si legge nella sentenza depositata dopo l’udienza di ieri – la sequela delle ordinanze sin qui adottate abbia occupato uno spazio temporale (dal 31 dicembre 2024 al 30 settembre 2025) non manifestamente sproporzionato rispetto ai limiti evincibili dall’art. 2″ del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps). Secondo Palazzo Spada, infatti, non si può ignorare “il fatto che nel richiamato frangente temporale si sono determinati concatenati fattori di incremento della pressione demografica sul territorio del tutto anomali ed eccezionali, difficilmente ripetibili in futuro”. Il richiamo alla pressione demografica sembra rimandare all’aumento dei flussi turistici. Inoltre, “l’autonoma e propedeutica attività istruttoria che ha anticipato ogni misura di proroga – avverte il Collegio – ha riscontrato la persistenza dello stato di emergenza”. E infine, “la complessiva strategia di ordine pubblico si è prestata ad un’utile ponderazione degli effetti sortiti solo una volta che se ne è potuto saggiare l’esito su una scala temporale sufficientemente attendibile e rappresentativa”.

Per il Consiglio di Stato, a supportare “la legittimità degli atti sin qui adottati”, c’è la circostanza che siano “inquadrati come “momento” del tutto peculiare e circoscritto – quindi sostanzialmente “sperimentale” o di primo “approccio” – di esercizio del potere“. Infatti, le ordinanze prefettizie vanno bene fin qui, stando al ragionamento di Palazzo Spada. Ma in futuro “è plausibile ritenere che sarà un dispositivo normativo ad hoc a dover ricondurre l’azione emergenziale sin qui sperimentata entro gli opportuni limiti di un regime “ordinario” – sottolinea la sentenza di secondo grado -, non ulteriormente surrogabile con lo strumento “residuale” di carattere “straordinario””. E la norma qui evocata è già pronta: è il decreto sicurezza 2026, approvato giorni fa dal Consiglio dei ministri. Tra le sue disposizioni, ingloba infatti anche le zone rosse.

Il Consiglio di Stato giudica legittime le misure del prefetto anche sul piano della “proporzionalità e della ragionevolezza”. Ciò perché hanno “riguardato aree circoscritte ad elevato rischio criminogeno”, ed hanno “consentito un intervento immediato, non altrimenti assicurabile tramite strumenti ordinari, quali il foglio di via obbligatorio”. Sono rispettati anche i “canoni di necessità, adeguatezza, proporzionalità e minor sacrificio possibile”, richiesti dalla giurisprudenza amministrativa e costituzionale. “La condizione legittimante il divieto di stazionamento configura “un pericolo non astratto ma “concreto” per la sicurezza pubblica – argomenta il Consiglio di Stato -, da accertare caso per caso e tale da ostacolare la libera e piena fruibilità di tali aree urbane”. “Vista la sentenza, io suggerisco a titolo personale un passaggio davanti alla Corte Costituzionale” afferma Pino De Stasio, consigliere della Municipalità 2 e tra i firmatari del ricorso contro le ordinanze del prefetto. “Noi difensori dei diritti individuali e civili dei cittadini – aggiunge De Stasio – non possiamo fermarci dinanzi a questo stop del Consiglio di Stato, pur rispettandolo perché le sentenze si rispettano”.