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Le stime parlano di una “crescita molto positiva della Campania (in particolare a Caserta e Napoli)”. Pil 2026, le previsioni sono dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Alla Campania si assegna uno +0,72, sesta tra le regioni italiane. La percentuale è più alta della media nazionale (+0,66), ed è la prima nel Meridione. La stima, peraltro, supera la performance del 2025 (+0,56). Ma se osserviamo la variazione 2025/2019, la crescita campana è del 7,66%. Ovvero la quarta in Italia, dopo Sicilia, Puglia e Abruzzo.

Allargando lo sguardo alle province, nel nuovo anno è Caserta (+0,76) la migliore in Campania, 22esima in Italia. Terra di lavoro registra un +9,56 negli ultimi 6 anni, +0,61 l’anno scorso. Napoli è 24esima (+0,75): +6,89 è la crescita dal 2019, +0,62 quella del 2025. Al 36esimo posto troviamo Benevento (+0,70). Dal 2019, il Sannio segna un +9,44, mentre era il 2025 si ferma a +0,45. Le previsioni per Avellino (+0,65) collocano l’Irpinia al 44esimo posto: +4,57 la crescita negli ultimi 6 anni, +0,59 la cifra del 2025. Infine Salerno, 48esima quest’anno (+0,62), ma con un +9,23 dal 2019 (+0,35 l’anno scorso).

“Per l’anno in corso – affema la Cgia -, il Pil nazionale in termini nominali1 è previsto superare i 2.300 miliardi di euro, con un incremento di 66 miliardi pari al +2,9 per cento rispetto al dato del 2025″. In termini reali, invece, “la crescita rispetto all’anno precedente dovrebbe attestarsi allo 0,7 per cento, sostenuta principalmente dalla ripresa dell’export (+1), dalla stabilità dei consumi delle famiglie (+0,6) e dei consumi della Pubblica Amministrazione (+0,5), mentre si registra un rallentamento degli investimenti (+0,7 per cento rispetto al +2,4 dell’anno appena concluso)”. L’Ufficio Studi avverte: “È evidente che la scadenza per l’utilizzo delle risorse del Pnrr, prevista per la prossima estate, avrà un impatto rilevante”. Al di là di questa particolare circostanza, “il nostro Paese – analogamente a Francia e Germania – continua a manifestare difficoltà – spiega l’analisi – nel consolidare una crescita strutturale, prospettando così un ulteriore anno di stagnazione economica che auspichiamo possa essere l’ultimo”. Secondo la Cgia, “il problema non è tanto la ciclicità congiunturale, quanto l’assenza di fattori endogeni capaci di sostenere nel tempo l’espansione del Pil”. E va ricordato: “Al netto degli anni del Covid (2020-2022), da oltre 20 anni la crescita italiana rimane sistematicamente inferiore alla media europea, segnalando debolezze profonde sul lato della produttività, dell’efficienza della Pubblica Amministrazione e del capitale umano”. Tuttavia “ricadute potenzialmente positive anche per l’Italia” potrebbero esserci in caso di fine della guerra in Ucraina. Gli analisti sottolineano che “in uno scenario più stabile, tornerebbe inoltre la fiducia degli investitori”. I capitali, “che in fase di crisi tendono a rifugiarsi in asset difensivi, potrebbero riallocarsi verso investimenti produttivi, infrastrutture e innovazione”. Per l’Italia sarebbe un’occasione cruciale per rafforzare crescita e occupazione. “A condizione – ammonisce la Cgia – di saper accompagnare il contesto favorevole con riforme e politiche industriali coerenti. Riducendo, in particolar modo, il peso della burocrazia e del fisco sulle imprese”. Forse è più facile la pace in Ucraina.