Ci sono state bombe che hanno distrutto un’auto. Così in un attimo mi viene in mente la strage di Via D’Amelio in cui morirono il magistrato italiano Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. O anche la strage di Capaci quando 300 kg di tritolo furono usati per uccidere Giovanni Falcone. Ma quelle bombe non volevano distruggere solo un’auto. Volevano distruggere un’idea. Così come l’attentato a Sigfrido Ranucci.
Non si tratta solo di fare la conta dei danni e delle lamiere contorte. E’ il messaggio. L’avvertimento. Quel confine invisibile che qualcuno vorrebbe tracciare tra ciò che si può raccontare e ciò che, invece, dovrebbe restare nel silenzio.
È questo che rende ancora più inquietanti le intercettazioni emerse nelle ultime ore sull’attentato a Sigfrido Ranucci. “La bomba sono andato a metterla là.”; “Facciamo la storia.”; “Dobbiamo buttare i palazzi a terra.”
Parole fredde. Pronunciate con una naturalezza disarmante. Come se dietro quell’ordigno non ci fosse la vita di una persona. Come se intimidire un giornalista fosse soltanto un lavoro da portare a termine. Come i mercenari nei film d’azione.
Secondo gli investigatori, quel lavoro da mercenari aveva un prezzo. Qualche migliaio di euro. Un incarico ricevuto su commissione. Un gruppo partito dall’Irpinia. Quattro persone arrestate tra l’Avellinese e il Napoletano. E, soprattutto, l’ombra di mandanti che avrebbero organizzato tutto, fornendo indicazioni, supporto logistico e persino versioni di comodo per evitare di essere identificati.
L’attentato risale alla notte del 16 ottobre 2025. L’auto di Sigfrido Ranucci, parcheggiata davanti alla sua abitazione di Pomezia, venne colpita da un potente ordigno esplosivo. La deflagrazione distrusse la vettura e provocò ingenti danni, mettendo a rischio anche l’incolumità della famiglia del giornalista.
Per arrivare ai presunti responsabili gli investigatori hanno ricostruito ogni dettaglio. Le immagini delle telecamere. I tabulati telefonici. I sopralluoghi effettuati nei giorni precedenti. Persino il percorso di una Fiat 500X noleggiata in Campania e utilizzata per raggiungere il litorale romano. Un mosaico composto tassello dopo tassello, fino agli arresti eseguiti nelle ultime ore.
Naturalmente saranno i processi a stabilire responsabilità e colpe. Ed è giusto che sia così. Ma c’è una riflessione che va oltre le aule di tribunale. Ogni volta che qualcuno prova a zittire un giornalista, non sta attaccando una persona. Sta colpendo un principio.
Il giornalismo d’inchiesta vive di domande scomode. Vive di documenti. Vive di fatti. E inevitabilmente disturba qualcuno. È sempre stato così. Chi racconta ciò che altri vogliono nascondere non cerca applausi. Sa benissimo che incontrerà ostacoli. Sa che riceverà querele. Attacchi. Delegittimazioni.
Ma una bomba appartiene a un’altra categoria. Così come ogni altra azione intimidatoria. Non è dissenso. Non è critica. Non è politica. È criminalità. E allora poco importa se si condividono oppure no le inchieste di Ranucci. Poco importa se una puntata di Report ci convince oppure ci lascia perplessi. Poco importa se un giornalista ha scoperchiato un vaso pieno di mali (o di merda).
La libertà di stampa non si difende solo quando racconta quello che ci piace. Si difende soprattutto quando dà fastidio. Perché il giorno in cui un giornalista inizierà a chiedersi se valga la pena pubblicare una notizia per paura di una bomba, quel giorno non avrà perso soltanto un cronista.
Quel giorno a perdere sarà la democrazia. E quella, una volta saltata in aria, nessuno riuscirà più a ricostruirla con un telecomando.




















