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Una perizia confermerebbe che Michele Noschese, noto come dj Godzi, morto ad Ibiza lo scorso 12 luglio in circostanze controverse, abbia subìto violenze. Secondo quanto riporta il quotidiano Il Mattino, venerdì scorso il penalista napoletano Vanni Cerino, che fa parte del pool che rappresenta la famiglia di Noschese insieme ai colleghi Angelo Sammarco e D’Urso, è stato in Procura, a Roma, e “abbiamo prospettato al procuratore aggiunto Giovanni Conso e al sostituto Daria Monsumò l’ipotesi del reato di tortura per gli agenti della Guardia civil che intervennero a casa di Michele. E’ un reato introdotto dopo il caso di Stefano Cucchi e se lo abbiamo fatto è perchè abbiamo certezza che il ragazzo abbia subìto delle violenze”.
 
Nella perizia si sottolinea più volte come a Michele “sia stata tolta la dignità” per le condizioni in cui fu bloccato. Questa è la seconda relazione medico legale consegnata ai magistrati dopo un’altra stilata da un’altra consulente di parte. “In Spagna hanno legato il decesso all’assunzione di droga, noi al momento ancora non abbiamo avuto un esito di laboratorio che ci indichi quali sostanze abbia assunto e in quali quantità”, precisa l’avvocato Cerino.
 
La Procura ha deciso di sentire anche l’amico Raffaele che era con lui in casa in quel momento e che da subito ha raccontato delle violenze subite da Michele, calci e pugni, dopo essere stato immobilizzato.
 
La perizia del nostro consulente medico, il dottor Raffaele Zinno, comprova i sospetti iniziali, e cioè che mio figlio fu torturato con insolita aggressività, direi tipica delle metodologie militari”. E’ quanto dice all’ANSA Giuseppe Noschese, il papà di dj Godzi, il 36 enne morto in circostanze misteriose a Ibiza lo scorso 19 luglio dopo l’intervento della Guardia Civil spagnola richiamata in casa sua dai vicini a causa del volume alto della musica.
Per le autorità spagnole il giovane sarebbe morto a seguito di arresto cardiaco, conseguenza diretta dell’assunzione di sostanze stupefacenti. Una versione che non ha mai convinto i familiari del giovane che, anche sulla scorta della testimonianza di un amico nascostosi nel salone di casa al momento dell’irruzione, hanno sempre sostenuto la tesi della morte violenta.
Fu un intervento aggressivo – ricostruisce il padre di Michele – non giustificato dal reato commesso che non era una rapina in banca ma un po’ di musica ad alto volume. Mi fa male come padre usare la parola tortura, tanto più se penso che a subirla è stato mio figlio. Ma di quello si tratta se penso che – stando alla relazione – si sarebbero accaniti su una persona prona sul divano, sembra vessata da un ginocchio premuto sull’emitorace. Da quello che capisco lo hanno letteralmente incaprettato e immobilizzato con le tecniche dei corpi speciali, quelle che si usano per i terroristi, e non per un ragazzo che se ne stava per conto suo con la sua ragazza. Addirittura lo avrebbero colpito con un colpo di karate alla gola provocandogli la rottura dell’osso ioide”.
Nei prossimi giorni la procura di Roma ascolterà alcune persone informate dei fatti. Poi tutti gli incartamenti raccolti dalla Squadra Mobile – compresa la perizia del medico legale – finiranno sul tavolo dell’aggiunto Giovanni Conzo per le decisioni del caso.