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Tasse più alte, ma servizi migliori. Così si riassume l’ultima indagine dell’Ufficio studi della Cgia. Nel 2024 in Italia, è Milano la provincia con la più alta Irpef media (9.066). Un primato dovuto a due fattori. Il primo è la progressività del sistema fiscale italiano: più elevato è il reddito, maggiore è l’aliquota applicata. E Milano, con 34.803 euro, ha la media reddituale più alta. “C’è poi un ultimo aspetto da considerare – argomenta la Cgia -: chi paga di più, di solito può contare anche su servizi pubblici più numerosi e tendenzialmente di migliore qualità, dai trasporti alle infrastrutture sociali, dall’istruzione alla cultura, fino allo sport e al tempo libero”. Prendiamo l’aera metropolitana di Napoli. Nella singolare classifica è 60esima: 22.290 il reddito medio, 5.025 mediamente di Irpef. A occhio nudo, lo standard di servizi non eguaglia quello meneghino. E sarà pur vero, come cantano Nino D’Angelo e Rovazzi, che la Costiera Amalfitana non la puoi portare a Milano. Ma in provincia di Salerno (87esima) qual è il livello di efficienza dei servizi pubblici? Una prima risposta la danno il reddito medio (20.517 euro) e l’Irpef (4.415) chiamati a finanziarli.

E certo, dovremmo rammentarci alcuni principi, come l’articolo 3 della Costituzione. Sulla carta, dovrebbe essere inaggirabile l’uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini. Anzitutto nell’azione pubblica. Ma nei fatti non è così. E tra la riforma del titolo V (nel 2001) e l’incipiente autonomia differenziata, le eccezioni sono sempre più marcate. Ad esempio in tema di qualità della vita, dovremmo domandare ai residenti nel Sannio il grado di soddisfazione. La provincia di Benevento (85esima) segna un reddito medio di 19.881 euro, con tasse pro capite di 4.440 euro. Idem per Avellino 83esima (20.379 reddito, 4.460 Irpef) e Caserta 84esima (20.525 reddito, 4.448 Irpef).

Insomma solita storia: i territori campani non primeggiano per ricchezza, come il resto del Sud. Ed è più di un sospetto la corrispettiva bassa qualità dei servizi. Poi per compensare il gap con il ricco centro nord, c’è chi rivendica un “Pil della felicità”. Ossia un indicatore alternativo al Prodotto interno lordo, invocando un benessere collettivo, derivante dalla struggente bellezza delle terre meridionali. Dovrebbe fungere da consolazione, imbattendosi nei disservizi di sanità o trasporti. Il dubbio però resta.