Piero De Luca, intervenendo ad Agorà su Rai3, ha provato a serrare i ranghi del centrosinistra con un messaggio chiaro: “Basta dibattiti interni o politicisti”, serve invece costruire “un’alternativa credibile, solida, radicata nella società” per battere la destra alle prossime Politiche. Un monito, quasi una chiamata alle armi, per un campo progressista che da tempo fatica a trovare una sintesi.
Il problema è che, mentre a Roma si invoca compattezza, in Campania – e in particolare a Salerno – accade esattamente l’opposto. Alle prossime elezioni comunali, infatti, il Partito Democratico non si presenterà con il proprio simbolo. Una scelta che ormai è diventata prassi consolidata negli anni deluchiani. Da quando Vincenzo De Luca detiene il controllo politico del territorio, il PD “ufficiale” ha spesso lasciato spazio a liste civiche, contenitori più larghi ma anche più opachi, dove il simbolo scompare e con esso anche una parte di identità politica.
E anche questa volta il copione non cambia. Con la discesa in campo dello stesso Vincenzo De Luca come candidato sindaco, il Partito Democratico resterà formalmente fuori dalla competizione. Una presenza senza simbolo, dunque, che dice molto più di tante dichiarazioni. Il risultato è una contraddizione politica evidente. Da un lato si invoca un centrosinistra unito, capace di costruire un’alternativa credibile alla destra. Dall’altro, nei territori chiave, si continua a smontare pezzo dopo pezzo proprio quella riconoscibilità politica che dovrebbe tenere insieme la coalizione.
Altro che “cantiere” dell’alternativa. A Salerno, e più in generale in Campania, il Partito Democratico, primo partito del centrosinistra, si presenta all’appuntamento con le amministrative 2026 diviso, frammentato, e senza simboli. Una contraddizione difficile da ignorare. Anche per chi, come Piero De Luca, prova a richiamare tutti all’ordine.




















