Tempo di lettura: 3 minuti

Il day-after è un cocktail di considerazioni, interrogativi e riflessioni. Uscita con le ossa frantumate dalla sfida di Benevento, la Salernitana è chiamata ad un’immediata inversione di tendenza per azzerare i mal di pancia e soprattutto fare chiarezza sulle ambizioni di un gruppo collassato non soltanto nei numeri – impietosi – dello score finale quanto – soprattutto – nelle proprie certezze.
Ma non è la Caporetto beneventana a far suonare più di un campanello d’allarme in casa granata. La crisi di gioco è risultati ha origini ben più distanti dal monday night del Santa Colomba. Nelle ultime sette giornate, ovvero dalla sconfitta patita in quel di Catania, la media punti della Salernitana si è di fatto dimezzata: appena nove i gettoni accumulati, ben dieci le reti subite, soltanto sei quelle messe a segno. Un cammino da zona retrocessione mascherato, nel corso delle settimane, dall’ottimo rendimento tenuto nella prima fase del torneo e dalle due vittorie contro Casertana e Altamura.
Dunque cosa è accaduto ai granata in questi quasi due mesi di crisi di risultati? Sono solo i numeri a creare perplessità o c’è dell’altro? Quanto possono bastare l’eccezionale approccio al match di Benevento, i due legni colpiti nella prima parte di gara, la ritrovata pericolosità offensiva ad edulcorare una disfatta senza appello? Ben poco, nonostante Raffaele abbia cercato – mettendoci la faccia – di raccogliere con disinvoltura i cocci nel dopogara puntando subito alla sfida col Trapani quale occasione di riscatto.
Perché se c’è un grande sconfitto dalla sfida di ieri crediamo di poterlo individuare anzitutto nel condottiero granata. Raffaele negli ultimi due mesi ha cercato continuamente soluzioni alternative, modificato l’assetto, ruotato gli uomini, snaturato le caratteristiche dei singoli. Il papocchio finale si è riversato sul campo: il gol del 3-1 subito con ben nove uomini di movimento nella metà campo avversaria è una ferita sanguinante che anche il diesse Faggiano ha contribuito a lacerare evidenziandone l’assurdità.
Siamo in presenza di una crisi tecnica evidente e non accettarlo, soprattutto in casa granata, sarebbe esercizio tanto pericoloso quanto presuntuoso.
Però non bisogna ricercare nel solo Raffaele il capro espiatorio di una situazione difficile ma tutto sommato ancora gestibile. Siamo davvero certi che la Salernitana, così com’è oggi, sia alla pari per organico ed alternative alle altre “sorelle” di vertice? In molti, ieri sera, hanno sottolineato che probabilmente questa squadra abbia ottenuto il massimo possibile, che la coperta tattica non può assicurare contemporaneamente vivacità offensiva e protezione in fase di non possesso. Dunque Raffaele ha grandissime responsabilità di gestione (e di scelte) ma per essere davvero competitivi per il primo posto bisognerà partire da due certezze. Ottenere il massimo nelle ultime tre giornate, in modo da girare a quota 40 punti, ed arrivare alla ripresa del campionato – dopo la pausa natalizia – con le idee chiare sugli uomini da aggiungere per essere davvero una squadra da primo posto. Difesa, centrocampo ed attacco hanno bisogno di innesti di qualità e non di “contorno”: ben venga l’arrivo del giovane ex Rimini Longobardi – ufficializzato proprio questa mattina dal club – ma non sono questi gli innesti che potranno permettere alla Salernitana di partecipare da protagonista alla corsa per il primo posto.
Attenuanti generiche, dunque, per Raffaele al quale il calendario offre la possibilità di ritornare prontamente sui binari della corsa promozione. Un altro passo falso, un’altra prova sottotono contro l’insidioso Trapani aprirebbe una seria discussione anche sulla posizione del tecnico.