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Due tornate elettorali, due comuni vicini, e altrettante indagini per presunto scambio elettorale politico mafioso. I sospetti di inquinamento pendono sulle elezioni a Cicciano e Casamarciano, nell’area nolana, celebrate tra maggio e giugno del 2023. Sono infatti finite nell’inchiesta coordinata dalla Dda di Napoli (pm Henry John Woodcock e Vincenzo Toscano) sui clan Russo e Licciardi, sfociata oggi nell’esecuzione di 44 arresti (34 in carcere e 10 ai domiciliari).

A Cicciano il reato è contestato anche a Giuseppe Caccavale, eletto sindaco in quell’occasione. Per lui, il gip Isabella Iaselli ha tuttavia respinto la richiesta di arresti domiciliari. Secondo gli inquirenti, in vista delle amministrative Caccavale avrebbe stipulato un accordo con il clan Russo, intermediato da Antonio Bernardo (per lui disposti i domiciliari, ma esclusa l’aggravante per reati connessi ad attività mafiose). Il patto sarebbe stato siglato con tre indagati, ritenuti dalla Procura di Napoli esponenti del clan. Sono Aniello Barbarino (misura cautelare in carcere, ma esclusa aggravante per reati connessi ad attività mafiose), Giovanni Romano (misura cautelare in carcere per altre contestazioni, respinta dal gip la richiesta per l’ipotesi relativa alle elezioni di Cicciano) e Sabato Barbarino (per lui il giudice ha respinto la richiesta di misura cautelare in carcere). Secondo il gip Iaselli, non c’è prova di un accordo con Caccavale, ma solo gravi indizi di un’intesa tra Aniello Barbarino e Antonio Bernardo. Oltre che per il sindaco, i gravi indizi vengono esclusi per Romano e Sabato Barbarino.

Anche per Casamarciano, il gip non ha accolto in toto le richieste dei pm. Il reato è contestato ad Andrea Manzi (classe 1960), candidato sindaco non eletto (giunto terzo col 28,1% dei voti). Secondo la Procura, Manzi – per lui respinta dal giudice la richiesta di domiciliari – avrebbe accettato la promessa di procurare voti da Sebastiano De Capua, considerato appartenente al clan Russo (destinatario di misura cautelare in carcere, ma esclusa aggravante per reati connessi ad attività mafiose). In cambio delle preferenze, la somma di 18.500 euro e la disponibilità di soddisfare gli interessi del clan, una volta eletto. Il ruolo di intermediario è addebitato a Carlo Mascolo (per lui respinta dal gip la richiesta di domiciliari). L’accusa è rivolta anche ad altri due indagati, ritenuti organici alla cosca: Gennaro Nappi (misura cautelare in carcere, ma esclusa aggravante per reati connessi ad attività mafiose), Giuseppe Stefanile (misura cautelare in carcere, ma esclusa aggravante per reati connessi ad attività mafiose).